Sull’immigrazione discutiamo quasi sempre partendo dalle immagini. Gli sbarchi, i barconi, i centri di accoglienza, gli episodi di criminalità. È comprensibile che siano questi fatti a conquistare le prime pagine. Ma una politica liberale dovrebbe avere l’ambizione di fare qualcosa di più difficile: partire dai numeri e giudicare gli individui per quello che fanno, non per la categoria alla quale appartengono.
Cominciamo dalla demografia. Nel 2025 in Italia sono nati appena 355mila bambini, mentre sono morte 652mila persone. Il saldo naturale è quindi negativo per quasi 300mila unità in un solo anno. Il numero medio di figli per donna è sceso al minimo di 1,14. Nello stesso anno sono immigrate dall’estero 440mila persone e ne sono emigrate 144mila, con un saldo migratorio positivo di 296mila. È soprattutto grazie a questo saldo che la popolazione italiana non è diminuita ulteriormente. Al 1° gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5 milioni e 560mila. Nello stesso anno in cui la popolazione straniera è aumentata di 188mila persone, quella con cittadinanza italiana è diminuita di 189mila. Possiamo certamente discutere di quanti immigrati accogliere e di come selezionarli. Ma non possiamo discutere come se questi numeri non esistessero.
Poi viene l’economia. Gli occupati stranieri sono circa 2,51 milioni, il 10,5 per cento dell’occupazione complessiva. Se consideriamo invece tutti gli occupati nati all’estero, arriviamo a 3,65 milioni, il 15,2 per cento del totale. Quanto producono? Il Rapporto 2025 sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa stima in 177 miliardi di euro il valore aggiunto prodotto dagli immigrati: il 9 per cento del Pil italiano. Non sono distribuiti uniformemente nell’economia. La loro presenza raggiunge il 18 per cento in agricoltura, il 16,4 per cento nell’edilizia e il 12,5 per cento nella ristorazione. Settori nei quali le imprese denunciano da anni difficoltà nel reperire manodopera. E non ci sono soltanto lavoratori dipendenti. Gli imprenditori immigrati sono ormai 787mila, pari al 10,6 per cento del totale. Il dato ancora più significativo è la dinamica: tra il 2014 e il 2024 il numero degli imprenditori immigrati è cresciuto del 24,4 per cento, mentre quello degli italiani è diminuito del 5,7 per cento. Per un liberale è difficile considerare irrilevante questo dato. L’immigrato viene troppo spesso raccontato esclusivamente come destinatario di assistenza. Ma centinaia di migliaia di immigrati fanno esattamente ciò che una società liberale dovrebbe desiderare dai propri cittadini: rischiano capitale, aprono un’impresa, lavorano, assumono persone, pagano imposte e producono ricchezza.
C’è poi il tema più controverso: quanto ci costano? Anche qui sarebbe meglio sostituire gli slogan con i numeri. Secondo il Rapporto della Fondazione Leone Moressa, considerando entrate fiscali e contributive e spesa pubblica attribuibile alla popolazione immigrata, il saldo è positivo per circa 1,2 miliardi di euro. Gli immigrati non rappresentano quindi, nel loro complesso, semplicemente una voce passiva del bilancio pubblico.
Questo non significa che l’immigrazione sia sempre un beneficio. Significa qualcosa di molto diverso: che “gli immigrati” non sono un soggetto economico unico. Ci sono persone che lavorano e persone che non lavorano. Imprenditori e disoccupati. Contribuenti e percettori di sussidi. Persone perfettamente integrate e persone che rifiutano di integrarsi. Criminali e cittadini rispettosi della legge. Esattamente come tra gli italiani.
Ed è qui che dovrebbe entrare in gioco il principio liberale della responsabilità individuale. Chi commette un reato deve essere punito. Chi non ha diritto di rimanere deve essere rimpatriato. Chi entra illegalmente non può acquisire per questo un diritto automatico alla permanenza. Uno Stato liberale non è uno Stato senza confini e non è uno Stato incapace di far rispettare le proprie leggi. Ma da questo non discende che chiunque arrivi dall’estero debba essere considerato una minaccia. Anzi, la domanda che dovremmo porci guardando i dati è quasi opposta. Un Paese che nel 2025 registra 355mila nascite e 652mila morti, che ha una fecondità di 1,14 figli per donna, che impiega già 2,5 milioni di lavoratori stranieri e nel quale gli immigrati producono 177 miliardi di valore aggiunto può davvero permettersi di discutere dell’immigrazione come se l’unico problema fosse impedire alle persone di entrare? La risposta non può essere l’immigrazione incontrollata. Può essere invece un’immigrazione molto più legale, selettiva, orientata al lavoro e accompagnata da una severa applicazione delle regole.
C’è persino un dato che indica quanto questa esigenza sia concreta. Per il periodo 2024-2028 viene stimato nel settore privato un fabbisogno di circa 640mila lavoratori immigrati, oltre un quinto del fabbisogno complessivo di manodopera. In Lombardia sono circa 152mila; in Veneto 69mila; in Emilia-Romagna 67mila; in Toscana 63mila. Non è buonismo. È economia. La libertà di movimento delle persone, come quella delle merci, dei capitali e delle idee, è stata storicamente uno straordinario moltiplicatore di opportunità. Naturalmente comporta problemi e richiede regole. Ma il compito della politica dovrebbe essere governare quei problemi, non trasformare milioni di individui in una categoria indistinta.
La questione decisiva diventa allora quale immigrazione vogliamo. Meno immigrazione clandestina e più immigrazione legale. Meno assistenzialismo e più lavoro. Meno tolleranza verso chi delinque e più opportunità per chi produce. Meno appartenenza e più responsabilità individuale. Questa sarebbe una politica liberale dell’immigrazione. Perché un Paese con sempre meno giovani, sempre meno lavoratori e sempre più anziani non dovrebbe chiedersi soltanto come impedire agli stranieri di entrare. Dovrebbe cominciare a chiedersi come attirare quelli che hanno qualcosa da costruire.
(*) Presidente di Lodi Liberale
Aggiornato il 01 settembre 2026 alle ore 09:32
