Francesca Albanese, quando i diritti umani diventano militanza
Francesca Albanese (Ansa)

Dalle polemiche sulle proteste di Milano alle contestazioni sui finanziamenti: la credibilità di chi rappresenta l’Onu passa dall’imparzialità, non dall’ideologia.

Francesca Albanese è diventata una delle figure più controverse del dibattito internazionale su Israele e Palestina. La questione non è il diritto di criticare il governo israeliano: in una democrazia, nessuno Stato è al di sopra delle critiche. Il problema è capire dove finisca la denuncia giuridica e dove cominci la militanza politica.

Un interrogativo tornato d’attualità anche dopo le polemiche sulle sue dichiarazioni relative alle devastazioni durante le manifestazioni di Milano. Quando l’attenzione per le vetrine distrutte viene descritta come una distrazione rispetto alle ragioni della protesta, il rischio è quello di dimenticare chi paga davvero il prezzo della violenza: commercianti, lavoratori e famiglie estranei alle responsabilità dei governi.

I diritti non possono essere universali soltanto quando le vittime appartengono alla parte che si sostiene. La libertà di manifestare non giustifica la devastazione, così come la difesa dei palestinesi non può tradursi nella minimizzazione delle responsabilità di Hamas per gli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023.

È proprio sul terreno dell’imparzialità che l’operato di Albanese è sottoposto a critiche sempre più accese. Le sue dichiarazioni su Israele, comprese quelle che hanno alimentato polemiche diplomatiche per il linguaggio utilizzato, sollevano una questione fondamentale: chi ricopre un mandato delle Nazioni Unite deve saper distinguere la critica a un governo dalla delegittimazione di uno Stato e dalla generalizzazione delle responsabilità.

A questo si aggiungono le contestazioni di UN Watch sui finanziamenti e sui contributi alle attività collegate al mandato di Albanese. Secondo il database presentato dall’organizzazione nell’ottobre 2026, il sostegno complessivo ammonterebbe a circa 2,56 milioni di dollari, tra risorse economiche e contributi in natura. UN Watch sostiene che una parte non sarebbe stata adeguatamente dichiarata. Si tratta di accuse che richiedono verifiche, ma la domanda resta legittima: quanto sono trasparenti i meccanismi di finanziamento degli esperti internazionali?

L’Onu dovrebbe fornire risposte verificabili, senza lasciare che il sospetto diventi un’arma politica né che le contestazioni vengano liquidate per ragioni ideologiche.

La posta in gioco supera la figura di Albanese. Riguarda la credibilità delle istituzioni internazionali, che non possono apparire schierate mentre rivendicano neutralità.

Difendere i palestinesi significa tutelarne i diritti, non assolvere Hamas. Difendere Israele dal pregiudizio non significa sottrarlo alle critiche. Significa pretendere che ogni accusa sia fondata, ogni responsabilità accertata e ogni vittima riconosciuta.

È questo il vero banco di prova per chi parla a nome delle Nazioni Unite: applicare gli stessi principi a tutti, anche quando è politicamente scomodo.

Perché i diritti umani non sono proprietà di una parte. E l’imparzialità non si proclama: si dimostra.

Aggiornato il 26 ottobre 2026 alle ore 10:31