Possibile che un “Capitano” si stufi dei suoi “colonnelli”? Sì, se il “capitano” in questione è Matteo Salvini e i “colonnelli” sono i dirigenti del suo partito. Sono mesi che si parla di un crescente malessere nella Lega, versante nordista, nei confronti del segretario federale. Prima voci di corridoio, poi rumors sempre più insistenti, fino a sfociare all’esterno, per essere dati in pasto alla pubblica opinione. E alle opposizioni di sinistra, perché vi banchettassero allegramente.
Ha cominciato Attilio Fontana, governatore (affaticato) della Lombardia, col rompere un tabù: mettere in discussione la leadership di Matteo Salvini, fino a chiedergli neanche troppo velatamente di fare un passo indietro. Non che i colonnelli non avessero provato a mandarlo a sbattere. La richiesta a gran voce di pretendere che lui tornasse al Viminale e che Giorgia Meloni accettasse il diktat licenziando su due piedi Matteo Piantedosi, aveva più il sapore di un’istigazione al suicidio (politico) che quello di una legittima rivendicazione di agibilità politica.
Con Attilio Fontana si sono schierati il governatore leghista del Friuli Venezia-Giulia, Massimiliano Fedriga, e il presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti. Più defilata, ambigua, la posizione del grande ex, Luca Zaia. A tenere le fila della protesta, il “mezzemaniche” più potente all’interno della Lega: quel Massimiliano Romeo che da presidente del gruppo leghista al Senato e, insieme, capo del partito in Lombardia, non ha smesso negli ultimi anni di fare il bastian contrario rispetto alla linea politica del suo segretario.
Poi è arrivata Pontida. I ben informati scommettevano che sarebbe stato lì, nel luogo simbolo dell’utopia padana, che sarebbe stato consumato il “regicidio”. Una contestazione di massa dei partecipanti, leghisti purosangue, scandita a suon di fischi e di lancio di arance, come al carnevale di Ivrea, avrebbe dovuto indurre il lapidato Salvini a gettare la spugna; a dire: me ne vado. Invece, no. Nulla di ciò che gli anti-salviniani speravano accadesse è successo. Anzi, Salvini è apparso tonico, combattivo, deciso a vendere cara la pelle.
Il “Capitano” ha rilanciato. “Ci sono dissensi sulla mia linea? Sapete che si fa? Un bel congresso straordinario per verificare se la Lega è ancora con me o vuole che mi tolga dai piedi”. Questo il succo della mossa del cavallo giocata dal leader per rispondere ai suoi oppositori interni. E non solo. Li ha sfidati chiedendo che qualcuno si facesse avanti, si candidasse a fare il segretario federale al suo posto. Doveva accadere che il capo perdesse la pazienza; che non accettasse di farsi rosolare a fuoco lento da una fronda interna capace di agire alle spalle ma mai di fronteggiarlo a viso aperto. Legittimo, come è legittima la richiesta dei dirigenti del partito di un cambio di linea politica e, se possibile, di un avvicendamento al vertice.
Ora, la domanda è: perché tanta timidezza degli oppositori nell’affrontare lo scontro aperto con un leader dal quale li separa una distanza difficilmente colmabile? Un’idea in proposito l’abbiamo. E non da oggi.
La classe dirigente leghista non può presentarsi al proprio popolo come l’alternativa dura e pura al sovranismo salviniano perché a spingere il “Capitano” a commettere in questi ultimi anni – sicuramente dall’estate del Papeete del 2019 – errori marchiani di strategia è stata lei. Il Capitano si è assunto tutte le responsabilità, com’era giusto che fosse in un partito cesarista qual è la Lega dalle sue origini, ma a tirare la giacchetta al capo, dietro le quinte, c’erano tutti loro, i “colonnelli”.
Salvini dovrebbe tornare a casa? Ci sta. Ma non dovrebbe essere l’unico. Occorrerebbe fare un repulisti di tutto il gruppo di comando. Costoro frignano perché il Nord non è ascoltato nel Consiglio dei ministri come meriterebbe. Se è vero, di chi la colpa? I cinque ministri leghisti del Governo Meloni (Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, Roberto Calderoli, Giuseppe Valditara, Alessandra Locatelli) provengono tutti dalla Lombardia. Altro che Lega del Sud. I cordoni della borsa pubblica sono saldamente nelle mani di Giorgetti che è di Varese, non di Canicattì. Non arrivano abbastanza risorse da quelle parti? Prendetevela con il conterraneo di Cazzago Brabbia e lasciate in pace il povero, eroico, quasi anonimo deputato meridionale che è riuscito a convincere un po’ di gente del profondo Sud a votare per il Carroccio.
Già, perché si critica tanto la scelta nazionale di Salvini, ma il coro muto dei suoi oppositori se li è fatti quattro conti elettorali? Se il partito, alle politiche del 2022, è riuscito a stare all’8,79 per cento, lo deve alla presenza distribuita sull’intero territorio nazionale. Se si fosse basato solo sui voti raccolti nelle circoscrizioni settentrionali, il partito che fu di Umberto Bossi avrebbe avuto seri problemi a stare sopra il 4 per cento. I tempi belli del pieno di voti al Nord sono un ricordo di una stagione politica lontana che non è riproponibile nel presente. La Lega, nella roccaforte lombarda nel 2022 si è piazzata alle spalle di Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni, che in loco è di Ignazio le Russa e dei suoi amici, ha conquistato, nelle quattro circoscrizioni della Lombardia, più del doppio dei voti dati al Carroccio. La Lega, nel suo luogo dell’anima, ha ottenuto consensi all’interno di una forbice compresa tra il 9,96 per cento (Lombardia 1) e il 16,22 per cento (Lombardia 3). Per chi non è di quelle parti, i numeri della distinzione amministrativa delle circoscrizioni in chiave elettorale non dicono nulla. Se, invece, gli si dà un volto e una configurazione territoriale è tutt’altra musica.
Sapete cosa copre Lombardia 1? Le province di Milano e Monza Brianza. Lì, la Lega è sotto il 10 per cento. E per quale motivo il dato è così basso? Perché la Lega di Salvini ha smesso di essere nordista rispetto al potere centrale dello Stato nazionale? Ammettiamo che sia così. Allora come si spiega che nella medesima circoscrizione i “patrioti” ipercentralisti di Fratelli d’Italia hanno preso il 24,95 per cento dei consensi?
L’ottimo senatore Massimiliano Romeo, che oggi borbotta e farfuglia sul declino della Lega, è di Monza. Lui, nel 2002, c’era. E cosa ha fatto perché la sua bandiera non venisse offuscata da quella della Meloni? E nel Veneto del mitico Luca Zaia? Bisogna capire una cosa: Zaia non è italiano o padano, è veneto. E questo la dice lunga sul suo impegno per la causa leghista, che sembra procedere a intermittenza. Nella terra del consenso maggioritario e trasversale al “Doge”, nel 2022 la Lega ha fatto di media, nelle due circoscrizioni elettorali in cui è suddivisa, la regione il 14, 5 per cento. Non proprio un plebiscito, visto che anche lì Fratelli d’Italia l’ha più che doppiata. Idem per l’osannato Massimiliano Fedriga nel suo Friuli: Lega al 10,95 per cento. Nelle altre regioni settentrionali non è andata meglio, mentre al Centro-sud il partito ha galleggiato consentendo di tenere sulla linea della sostenibilità la media nazionale.
Tanto per intenderci: nella circoscrizione trentina, il cui presidente provinciale, il leghista Fugatti, è fra i rumoreggianti, nel 2022 la Lega ha racimolato l’8,55 per cento dei consensi, che è meno dell’8,91 per cento raccolto nella circoscrizione del Lazio 2. Segno che ci sono più legisti che mangiano l’amatriciana che sodali trentini che si ingozzano di canederli. Chiaro il concetto?
In prospettiva, la Lega ha una strada obbligata da percorrere se vuole sopravvivere: o è un partito nazionale o non è. La favola del movimento autonomista, con pulsioni indipendentiste sul modello Scozia o Catalogna, che si autoproclama sindacato dei territori, si è dissolta da un pezzo. Almeno da quando è tramontato il progetto della globalizzazione di destrutturare gli Stati per dare vita a nuove aggregazioni interlinguistiche su base transnazionale, governate da un’entità sovraordinata fondata sull’architettura delle odierne istituzioni comunitarie. Nel momento nel quale l’attuale tempo storico restituisce la volontà della maggioranza dei popoli europei di tornare a soluzioni statuali forti che ne favoriscano l’autonomia nelle scelte geopolitiche e la sovranità in quelle economiche, rispolverare i vecchi arnesi dell’autonomismo regionale spinto, modello “piccole patrie”, è una scelta perdente, antistorica
La questione della crisi in casa Lega la potremmo liquidare con un mesto: è affare loro. Purtroppo non è così, perché la Lega è anche pilastro portante della coalizione di centrodestra. Se crolla nei consensi, il centrodestra rischia la sconfitta nelle urne. D’altro canto, non è ipotizzabile un travaso ulteriore di voti leghisti verso Forza Italia o Fratelli d’Italia. Qui, la teoria dei vasi comunicanti a destra ha già fatto il suo corso. Quelli che dovevano transitare in esperienze più oltranziste (vedi l’exploit nei sondaggi della novità Vannacci), l’hanno fatto.
Ciò che verosimilmente potrebbe accadere se la crisi interna alla Lega dovesse acuirsi è l’aumento dell’astensionismo in quel segmento identitario di elettorato. Ma non accadrà, perché è per rimotivare la propria gente – elettori, iscritti, militanti, rappresentanti negli enti locali e nelle amministrazioni regionali, parlamentari, dirigenti dell’organizzazione – che si fanno i congressi di partito. Anche quelli mordi e fuggi.
Aggiornato il 23 settembre 2026 alle ore 09:54
