La maggioranza trova un compromesso sulle preferenze
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Il braccio di ferro tra maggioranza e opposizione non blocca la riforma della legge elettorale. Ieri, in Commissione Affari costituzionali del Senato il centrodestra si è ricompattato sulle preferenze. A due mesi dallo schiaffo di Montecitorio, dove un emendamento quasi gemello era stato affondato per un solo voto e a scrutinio segreto, la maggioranza ricuce lo strappo e porta a casa le preferenze, in attesa dell’Aula. Restano aperti i nodi più sensibili, dal premio di maggioranza al possibile ballottaggio. Ma Giorgia Meloni può arrivare in Puglia, alle celebrazioni per il record di durata del suo governo, con un nodo sciolto. La legge elettorale cambia ancora volto. Il compromesso di maggioranza – a prima firma di Marco Lisei (Fratelli d’Italia) – ricalca il testo di luglio, con qualche ritocco. L’alternanza di genere scatta dal nome successivo al primo; per i capilista non viene dunque riproposta la regola del 60 per cento-40 per cento presente nel Rosatellum. Un impianto che vede Fdi, Lega, Forza Italia e alleati schierarsi compatti a favore, mentre Pd, M5s, Avs e Italia viva fanno fronte comune contro. Unica astensione, quella dell’esponente Svp Meinhard Durnwalder. Si tratta di un “passaggio storico” che restituisce ai cittadini “la scelta dei parlamentari”, esulta il presidente della commissione Andrea De Priamo (Fdi), evidenziando il dato politico di una maggioranza “compatta” e guardando con fiducia ai prossimi passaggi della riforma.

Le scintille sono tutte con le opposizioni. La miccia è nell’ordine del fascicolo: l’emendamento Lisei apre la fila sulle preferenze e il suo via libera mette – da prassi – fuori gioco una serie di proposte successive, comprese quelle unitarie di Pd, M5s, Avs e Iv che disegnano un sistema alternativo. Una “forzatura” e un “colpo di mano”, denunciano le opposizioni, tornando a bollare quelle del centrodestra come “finte preferenze”. La battaglia si allarga alla rappresentanza femminile, mentre la senatrice di Italia viva Dafne Musolino restituisce le accuse evocate a luglio da Meloni: “La palude siete voi”. Un punto, però, le opposizioni lo strappano: dal cantiere appare destinata a uscire la norma ‘anti-cespugli’, lasciando all’uno per cento la soglia sotto la quale i voti delle liste più piccole non pesano sulla coalizione. Ma il volto definitivo della nuova legge è ancora da definire. A cominciare dalla rappresentanza femminile, terreno sensibile soprattutto in casa Forza Italia. La ministra Elisabetta Casellati rimette la palla nel campo dei partiti: garantire la presenza delle donne è “una grande responsabilità della politica” e Fi, assicura richiamando l’impegno di Antonio Tajani, lo farà “al di là” della possibile nuova legge. Le incognite maggiori restano su premio di governabilità e ballottaggio. Sul primo fronte rimane per ora nel cassetto l’emendamento Fdi che abbassa dal 42 al 41 per cento la soglia per farlo scattare. Sul secondo, Marcello Pera tiene aperta la partita, senza promettere battaglie solitarie. “Deciderò avendo sentito la maggioranza”, spiega il senatore di Fdi, che non intende “mettere in testa lo scolapasta per fare l’eroe”. E sui dubbi di Palazzo Chigi concede: “Meloni la capisco, è titubante storicamente”. A non avere dubbi sono le opposizioni, ferme sulle barricate. Senza ballottaggio, nella visione di Matteo Renzi, Meloni “è spacciata”, mentre il governatore dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, bolla l’ipotesi come “eversiva”. Il prossimo stress test è mercoledì 9 in Aula al Senato.

Aggiornato il 04 settembre 2026 alle ore 15:34