La pianificazione cambia oggetto
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La seconda parte del programma di Futuro nazionale è stata letta come un capitolo sui valori. È un capitolo sullo Stato, ed è lì che la distanza diventa incolmabile.

Il 24 agosto Futuro nazionale ha completato la sua base ideologica e programmatica. La lettura che ne è seguita era prevedibile: si è discusso di difesa della vita, di unioni civili, di contenuti televisivi, e ciascuno ha ripetuto la propria posizione con qualche decibel in più. È un dibattito che non produce nulla, perché sui fini ultimi le due parti non si convinceranno mai e lo sanno entrambe. Esiste però un modo più utile di leggere quel testo, e restituisce un’informazione che la discussione sui valori nasconde. Il documento non dice soltanto che cosa Futuro nazionale consideri desiderabile. Dice a chi affidi il compito di ottenerlo.

Un catalogo di strumenti

Conviene guardare le proposte come strumenti, mettendo per un momento tra parentesi il contenuto. Una fascia protetta televisiva dalle sei alle 23, con sanzioni che arrivano alla sospensione della licenza, per i contenuti giudicati “genderisti” e “omosessualisti”. Un divieto penale esteso alle terapie di transizione per i minori anche in presenza del consenso dei genitori. La rimozione per via legislativa di uno status giuridico riconosciuto dieci anni fa. Che cosa hanno in comune? Un’autorità che stabilisce che cosa può essere mostrato, un apparato sanzionatorio che lo fa rispettare, un perimetro amministrativo dentro cui scelte private diventano materia di licenza. Chiamiamola con il suo nome: è regolazione di dettaglio.

Il metodo resta, cambia loggetto

Qui si apre il problema, e non è un problema di gusto. La pagina più convincente del programma di Futuro nazionale è quella sull’Europa: la Commissione trasformata in legislatore di dettaglio, la transizione ambientale ridotta a esercizio di pianificazione, un’idea di governo che pretende di disegnare a tavolino comportamenti e consumi. Quella critica è fondata, e chi la sostiene da anni non ha alcuna ragione di rinnegarla adesso.

Ma è una critica al metodo, non all’elenco delle materie. Se il vizio della tecnocrazia sta nella pretesa di riprogettare la società per via amministrativa, quel vizio non si corregge sostituendo il progetto. Chi ritiene che il difetto di Bruxelles sia di regolare le cose sbagliate finirà, con perfetta coerenza interna, per costruire una Bruxelles propria: catalogo diverso, identica grammatica. E la sovranità monetaria evocata nella prima parte del documento appartiene alla stessa famiglia di pensiero, applicata alla moneta anziché ai costumi.

Lo strumento sopravvive a chi lo istituisce

C’è un’obiezione ulteriore, e non dipende da quanto si giudichi dannoso il clima culturale degli ultimi anni. Su quel punto si può concedere parecchio. Resta che un regime di sospensione delle licenze è un regime di sospensione delle licenze: lo strumento non porta scritto in fronte il fine per cui è stato costruito e sopravvive alla maggioranza che lo crea. Chi lo consegna oggi a chi la pensa come lui lo sta consegnando anche a chiunque governerà dopo. È la ragione per cui i liberali insistono sui limiti del potere quando il potere è amico: quando è ostile, insistere serve a poco. E c’è un punto che precede la discussione sui valori. Uno status su cui in dieci anni migliaia di persone hanno costruito patrimoni, aspettative, decisioni di vita non è una voce di programma revocabile a maggioranza semplice. L’affidamento è una categoria dello Stato di diritto prima di essere una preferenza politica. Si può cambiare quasi tutto: bisogna sapere quanto costa cambiarlo così.

Dove passa davvero la linea

La distinzione utile non è fra chi tiene alla famiglia e chi non ci tiene. È fra due idee dello Stato, e attraversa il centrodestra molto prima di attraversare il Parlamento. C’è un conservatorismo che vuole lo Stato più leggero e la società più robusta: difende la famiglia alleggerendone il carico fiscale e restituendole autonomia, crede nella sussidiarietà perché diffida per principio di chi decide al posto degli altri, considera i corpi intermedi un argine e non un intralcio. E c’è un progetto che vuole uno Stato forte con il segno invertito, convinto che il problema degli ultimi vent’anni sia stato l’orientamento dell’autorità pubblica e non la sua estensione.

Sul primo terreno il dialogo è possibile e conviene cercarlo: fisco, merito, sussidiarietà, critica alla iperregolazione europea. Ma passa di lì, non da una trattativa sul perimetro dell’autorità pubblica. L’otto per cento che i sondaggi assegnano oggi a Futuro nazionale è fatto in larga parte di elettori che chiedono la prima cosa. Vale la pena mostrare loro che il programma per cui si preparano a votare contiene la seconda.

Aggiornato il 03 settembre 2026 alle ore 12:14