In questi giorni, superati i 1.410 giorni effettivi a Palazzo Chigi, il governo Meloni ha scavalcato il governo Berlusconi II ed è diventato il più longevo della storia repubblicana. La premier ha commentato il traguardo come una responsabilità, non come una festa.
Fa bene, ma non per le ragioni che intende lei. Perché se è vero che durare, in un Paese che dal 1948 cambia esecutivo in media ogni quattordici mesi, è già di per sé un risultato che nessuno prima era riuscito a conseguire, è altrettanto vero che la longevità, quando la si guardi non dal punto di vista di chi governa, ma da quello della storia in cui un popolo dovrebbe iscriversi, non è affatto un ingresso: è, semmai, la prova più raffinata di un’assenza.
Sia chiaro, e va detto prima di ogni obiezione: se questa stabilità significasse soltanto continuità amministrativa, sarebbe già molto, e sarebbe disonesto fingere il contrario. In quattro anni segnati da una guerra alle porte dell’Europa, da un’inflazione che ha morso i redditi, l’esecutivo ha tenuto la barra dritta là dove ci si aspettava che sbandasse, ha rassicurato i mercati che ci osservavano con diffidenza, ha difeso in Europa una credibilità che altri governi, in condizioni meno avverse, avevano dilapidato. Chi liquida tutto questo come poca cosa dimentica quanto sia fragile, alle nostre latitudini, la semplice arte di far durare un governo oltre la stagione che lo ha generato.
E tuttavia, ed è qui che il traguardo si rovescia nel suo contrario, tutto ciò che ha reso questo governo il più longevo, vale a dire la prudenza che non spaventa, la rassicurazione che non chiede, la promessa implicita che nulla di brusco verrà a turbare il sonno di nessuno, è precisamente ciò che tiene l’Italia dove si trova da mezzo secolo, ossia fuori dalla storia.
Perché la stabilità che i mercati premiano e che i cittadini ringraziano non è la stabilità di un popolo che costruisce, ma di un popolo che conserva: che non domanda più di crescere, di contare, di lasciare un segno oltre i propri confini, ma soltanto di amministrare quel che ha, il più a lungo possibile e col minimo disturbo.
Un popolo che, se pure avesse ancora la forza di volere qualcosa, non saprebbe più volere altro che la propria quiete.
Non domanda di più, del resto, chi ha imparato a vivere di rendita. Chi possiede cedole e affitti e chiede solo che nessuno vi metta mano, il professionista che difende la posizione conquistata come si difende un fortino, il pensionato per cui ogni riforma è una minaccia all’assegno, il lavoratore che nel cambiamento non vede un’occasione ma un rischio, e più in basso ancora chi ha ormai fatto del sussidio non un ponte ma una dimora: sono figure lontanissime tra loro, spesso in aperto conflitto d’interessi, e nondimeno tenute insieme da un medesimo, sotterraneo istinto, quello di preservare la propria quota, grande o minuscola che sia.
A un popolo così tenuto insieme dalla paura di perdere, un governo che dura a lungo non offre un progetto, offre una garanzia: la promessa che, per molto tempo ancora, nessuno verrà a chiedergli nulla.
Ed è a questo popolo, e non a un altro immaginario, che andrebbe rivolto il consiglio non richiesto: quello che nessuno al governo ha sollecitato e che nessuno, con ogni evidenza, seguirà. Se davvero questo esecutivo volesse fare dell’Italia qualcosa di più di un patrimonio ben custodito, se alla longevità volesse aggiungere ciò che la longevità da sola non dà, dovrebbe compiere l’unico gesto che la sua stessa durata gli sconsiglia: proporre agli italiani non ciò che desiderano sentirsi promettere, ma ciò che li rimetterebbe in gioco.
Dovrebbe, per la prima volta, chiedere sacrifici invece di dispensare rassicurazioni. E dovrebbe farlo sapendo in partenza che è il modo più sicuro, e forse l’unico infallibile, per perdere le elezioni.
Qui il rovesciamento diventa totale. Di norma, infatti, sono i partiti d’opposizione a promettere l’irrealizzabile: sono loro a lusingare il popolo che ha voltato le spalle alla storia con programmi che ne assecondano ogni desiderio: più spesa, più tutele, meno fatica, la rendita di ciascuno garantita da uno Stato che eroga sempre e non domanda mai, in una gara a chi sappia offrire la conservazione più generosa. Sarebbe invece la prima volta, nella storia della Repubblica, che il partito di maggioranza, quello che esprime il presidente del Consiglio, presentasse al Paese un programma altrettanto irrealizzabile ma per la ragione esattamente opposta: non perché prometta troppo, bensì perché esige troppo. Non i sacrifici per far quadrare un bilancio, gli italiani li hanno già ingoiati mille volte senza che nulla cambiasse, ma i sacrifici per rientrare in quella competizione tra potenze.
E il primo di questi sacrifici, quello da cui ogni altro dipende, riguarderebbe la sola variabile che nessun governo può fingere di ignorare e che tutti, per prudenza, evitano di nominare per ciò che è: la demografia. Perché un popolo che ha smesso di fare figli non ha soltanto un problema di conti previdenziali, come lo si presenta per non doverlo affrontare davvero; ha già deciso, senza dirselo, di non avere un futuro, giacché il futuro è precisamente ciò che si consegna a chi viene dopo, e noi dopo di noi abbiamo scelto di non mettere quasi nessuno. Siamo, con il Giappone, il Paese più anziano della terra, e non per una fatalità che ci sia piovuta addosso, ma per una lunga e comoda preferenza collettiva: quella di dividere l’agiatezza accumulata tra il minor numero possibile di eredi, uno se basta, nessuno se conviene.
L’invecchiamento, che raccontiamo come una disgrazia subìta, è in verità la forma anagrafica del nostro congedo dalla storia, la traduzione in età media di una rinuncia che nessuno ha mai messo ai voti. Chiedere agli italiani di invertirla non significherebbe distribuire l’ennesimo assegno alle famiglie, che sarebbe di nuovo economia travestita da politica, ma domandare a un popolo di redistribuire verso il domani le risorse che oggi custodisce gelosamente per il proprio presente: e non c’è promessa elettorale più impopolare che chiedere a chi invecchia in pace di pagare per un avvenire che non vedrà.
Che cosa significherebbe, concretamente, non è difficile da immaginare, per quanto sia impossibile da proporre. Significherebbe, poniamo, che invece di custodire come una reliquia la ricchezza privata accumulata all’ombra del debito pubblico, si scegliesse di ridurla, con una tassazione che nessuno oserebbe nominare, non per una qualche idea di giustizia distributiva, che sarebbe ancora una volta economia, ma per sottrarre agli altri la leva con cui ci si può ricattare, cioè quel debito immenso che teniamo in mano come se fosse una garanzia e che è invece il guinzaglio con cui altri ci conducono: minore opulenza in cambio di una maggiore libertà di manovra.
Significherebbe che, dove oggi si delega ad altri la difesa dei propri interessi vitali, dalla sponda libica al Mediterraneo orientale fino a quegli stretti lontani da cui pure dipende ciò che mangiamo e con cui ci scaldiamo, si accettasse di intervenire in prima persona, con tutto ciò che comporta in termini di vite, di denaro e di rischio, invece di attendere che sia un altro a salvarci, e semmai a umiliarci mentre ci salva. Significherebbe tornare a guardare al mare non come alla soglia da cui provengono le sciagure e le invasioni che non esistono, ma come alla dimensione in cui un popolo di penisola torna a contare o smette di esistere, rovesciando quella rimozione per cui ci siamo pensati appendice della Mitteleuropa invece che centro del Mediterraneo. E significherebbe, infine, avere il coraggio di riformare per davvero un apparato pubblico cresciuto parassitario e ormai ritenuto immodificabile, invece di limitarsi ad amministrarne il declino fingendo che non ci sia altro da fare.
Ogni singola di queste ipotesi, presa da sola e nel clima presente, sarebbe un suicidio politico-elettorale annunciato. Prese insieme, e proposte non da chi sta all’opposizione e può permettersi di sognare, ma da chi governa e dovrebbe rispondere agli elettori il mattino dopo, comporrebbero il programma politico più impopolare che la Repubblica abbia mai conosciuto.
Un programma che condannerebbe con ogni probabilità i suoi promotori all’esilio politico, seppelliti da una valanga di voti contrari. Con una differenza, però, che vale l’intero ragionamento: perderebbero come nessuno ha mai perso prima. Non per aver promesso troppo e mantenuto troppo poco, che è il modo consueto e mediocre di cadere, ma per aver chiesto a un popolo, per la prima volta dopo mezzo secolo, di tornare a essere un soggetto della storia anziché il curatore malinconico del proprio benessere.
Aggiornato il 02 settembre 2026 alle ore 14:59
