A un mese dall’annuncio del piano del ministro della Giustizia, il sistema penitenziario resta senza una vera riforma. Mancano organizzazione, risorse e una strategia capace di affrontare le cause profonde della crisi. Il ministro ha annunciato. Lo Stato, però, non ha ancora costruito gli strumenti necessari. A un mese dalla presentazione del Piano “Carcere sicuro”, il bilancio appare già segnato: nessuna trasformazione strutturale, nessuna nuova organizzazione del sistema, nessun modello operativo in grado di intervenire sulle criticità che da anni attraversano il mondo penitenziario. Le emergenze erano note da tempo. Senza investimenti adeguati, senza personale formato e senza un coordinamento stabile tra amministrazione penitenziaria, Servizio sanitario nazionale, enti locali e realtà del privato sociale, ogni intervento rischia di rimanere confinato nel campo degli annunci. Il carcere italiano non ha bisogno soltanto di essere alleggerito. Ha bisogno di essere ripensato.
LE MISURE ALTERNATIVE NON SONO UNO “SVUOTA CARCERI”
È necessario chiarire un principio fondamentale: le misure alternative alla detenzione non sono strumenti creati per ridurre semplicemente il numero delle persone ristrette. Sono modalità di esecuzione della pena previste dall’ordinamento penitenziario con una finalità precisa: favorire il reinserimento sociale attraverso percorsi individualizzati e responsabilizzanti. Trasformarle in una risposta esclusivamente emergenziale significa alterarne il significato e trasferire il problema dal carcere al territorio senza aver prima costruito una rete capace di sostenere le persone nel percorso di cambiamento. Chi lascia un istituto penitenziario deve trovare servizi, accompagnamento e opportunità concrete. Oggi, troppo spesso, questo sistema non esiste o funziona in modo frammentario.
LA LEZIONE DIMENTICATA DEL 1991: IL PROGETTO DELLE CASE MANDAMENTALI
Eppure una possibile strada era stata individuata già oltre 30 anni fa. Nel 1991 venne elaborato, nell’ambito del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, un progetto innovativo che anticipava molti dei problemi oggi ancora irrisolti. L’idea era quella di utilizzare le case mandamentali dismesse, strutture non più destinate alla detenzione e acquisite dal Dap, trasformandole in centri di prima accoglienza per persone arrestate con problemi di dipendenza, disagio sociale o fragilità personali. Non semplici luoghi di transito, ma veri e propri “pronto soccorso socio-giuridico-penitenziari”.
L’obiettivo era intervenire nel momento più delicato: quello iniziale della custodia, quando emergono situazioni di tossicodipendenza, disagio psicologico, marginalità sociale e assenza di riferimenti. In quella fase sarebbe stato possibile effettuare una valutazione completa della persona e individuare il percorso più adeguato: permanenza nel circuito penitenziario oppure inserimento in una comunità terapeutica scelta attraverso un percorso consapevole. Un modello diverso da quello attuale, perché non prevedeva un semplice trasferimento fuori dal carcere, ma un progetto organizzato, integrato e responsabilizzante.
UN PROGETTO FONDATO SULLA RESPONSABILIZZAZIONE DELLA PERSONA
Il valore più innovativo di quella proposta, elaborata da capo Dap Amato, Gelmini e Nastasio, era racchiuso in un principio ancora oggi centrale: il recupero non può essere imposto esclusivamente dall’esterno, ma deve coinvolgere direttamente la persona interessata. Il detenuto non doveva essere considerato un soggetto passivo da spostare tra strutture diverse, ma una persona chiamata a partecipare attivamente al proprio percorso di cambiamento. La gestione sarebbe rimasta pubblica e penitenziaria per gli aspetti custodiali e amministrativi, affidati alla polizia penitenziaria, mentre il percorso terapeutico sarebbe stato seguito dagli operatori della comunità individuata, con il sostegno sanitario della Asl competente. Un modello integrato nel quale ogni istituzione avrebbe avuto un ruolo definito.
LE OCCASIONI PERDUTE: DALLE DIPENDENZE ALLA SALUTE MENTALE
Quella proposta non rimase un caso isolato. Nel corso degli anni furono avanzate ulteriori ipotesi, tra cui l’utilizzo di strutture sanitarie dismesse per affrontare il problema delle persone con disturbi mentali coinvolte nel circuito penale, anticipando in parte la necessità di percorsi oggi affidati alle Rems. Anche queste opportunità, tuttavia, sono rimaste spesso incompiute. Non è sempre mancata la capacità tecnica. Sono mancati soprattutto continuità politica, coraggio amministrativo e capacità di superare logiche legate alle appartenenze. Molte idee non sono state abbandonate perché irrealizzabili, ma perché non considerate prioritarie rispetto agli indirizzi politici del momento. Eppure proprio quelle proposte potrebbero oggi offrire strumenti concreti per affrontare una crisi che continua ad aggravarsi.
DIPENDENZE E DISAGIO: IL LIMITE DELLE RISPOSTE IMPROVVISATE
Il tema delle tossicodipendenze mostra con chiarezza i limiti di un approccio fondato sull’emergenza. Non è mai stato costruito un vero sistema penitenziario basato su reparti specializzati capaci di accompagnare integralmente la persona nel percorso di recupero. La disintossicazione rappresenta soltanto il primo passaggio. Il risultato dipende dalla motivazione individuale, dalla qualità degli interventi e dalla capacità delle istituzioni di offrire percorsi orientati a un cambiamento reale. Pensare che le comunità terapeutiche possano accogliere migliaia di persone semplicemente aumentando i posti disponibili significa non comprendere la complessità del problema.
LA PERDITA DI SPERANZA: IL VERO FALLIMENTO DEL SISTEMA
La conseguenza più grave delle riforme annunciate e mai realizzate è la perdita di fiducia. Nel carcere la speranza non è un elemento secondario: è una condizione indispensabile perché una persona possa immaginare un futuro diverso. Quando lo Stato promette percorsi di recupero e reinserimento senza costruire gli strumenti necessari per renderli possibili, produce una forma di abbandono istituzionale. Anche il drammatico fenomeno dei suicidi in carcere deve essere letto in questa prospettiva: non soltanto come conseguenza della sofferenza individuale, ma anche come espressione della mancanza di prospettive concrete. Una situazione che coinvolge anche gli operatori penitenziari, chiamati ogni giorno a lavorare in un sistema che spesso non dispone delle risorse necessarie per affrontare un disagio crescente.
LA NUOVA DIREZIONE GENERALE DELLE SPECIALITÀ: IL VALORE SARÀ MISURATO SUL CAMPO
In questo contesto si inserisce anche la nuova Direzione generale delle specialità. Una struttura che potrà avere un ruolo significativo soltanto se riuscirà a tradursi in una presenza concreta accanto agli istituti, ai reparti e agli operatori che ogni giorno affrontano la realtà penitenziaria. La qualità di un’organizzazione non si misura dalla sede che la ospita, ma dalla capacità di incidere sui problemi quotidiani. Il carcere non si governa soltanto dagli uffici centrali: si governa nelle sezioni detentive, nei reparti specializzati, nei servizi trattamentali e nei luoghi dove persone detenute e operatori vivono ogni giorno le difficoltà del sistema. La vera sfida sarà costruire una direzione operativa, vicina ai territori e coerente con lo spirito della legge 354 del 1975: trattamento, recupero, responsabilizzazione e reinserimento.
DOPO TRENT’ANNI IL PROBLEMA NON SONO LE IDEE, MA IL CORAGGIO DI REALIZZARLE
La storia del progetto del 1991 dimostra una realtà precisa: le soluzioni sono state individuate. Il problema del carcere italiano non è la mancanza di idee, ma la difficoltà di trasformarle in politiche permanenti. Dopo oltre 30 anni di occasioni perdute, continuare a rispondere alle emergenze con nuovi annunci significa rinviare ancora una volta il problema. Il carcere non ha bisogno soltanto di meno persone detenute. Ha bisogno di più organizzazione, più responsabilità e più capacità di costruire percorsi autentici di recupero.
Come ricordava Seneca: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo; è perché non osiamo che esse diventano difficili”. Oggi la questione non è più sapere cosa fare. Le proposte esistono, gli strumenti sono stati individuati, le esperienze sono state già sperimentate. La vera sfida è decidere di realizzarle. Perché, come ammoniva Albert Einstein: “Il mondo non sarà distrutto da coloro che fanno il male, ma da coloro che guardano senza fare nulla”. E nel sistema penitenziario italiano non fare nulla significa continuare a lasciare sole migliaia di persone: chi è detenuto, chi lavora negli istituti e una società che attende ancora una riforma capace non soltanto di promettere sicurezza, ma di costruire davvero giustizia.
Aggiornato il 07 agosto 2026 alle ore 16:39
