L’infallibile “verbo” di Antimafia 2000

Quel monopolio della verità che cancella il dubbio

A Palermo, sul palco del 19 luglio, la rabbia ha preso forma e voce nel consueto appuntamento che dovrebbe servire a fare memoria e che, invece, scivola troppo spesso nel palcoscenico del furore ideologico. Il direttore di Antimafia 2000, Giorgio Bongiovanni, ha urlato alla folla la sua verità. Anzi, “l’unica” storia possibile: quella che vede gli Stati Uniti d’America come i registi occulti e perenni di ogni tragedia italiana, da Portella della Ginestra alla strage di Bologna, fino al massacro di via D’Amelio.

I servizi segreti nostrani? Semplici esecutori al soldo della CIA.

Tutto il resto, a detta sua, è pura malafede. Un’invettiva tonante che non lascia spazio alle sfumature, che bolla chiunque sollevi dubbi come complice o ignorante, e che giunge persino a definirsi “straccioni” lasciati parlare da un potere indisturbato.

Un intervento del genere lascia interdetti, ma ha quantomeno il merito involontario di aprire una riflessione improcrastinabile su dove stia andando un certo tipo di narrazione pubblica. Assistere a questo spettacolo significa prendere atto di una deriva illiberale: l’idea che esista un tribunale morale supremo capace di detenere il monopolio della giustizia e della memoria historicizzata. Secondo questa visione manichea, l’Italia pulita ed etica coinciderebbe soltanto con un perimetro ben preciso, quello tracciato dalle veridicità assolute di Antimafia 2000, dalle inchieste televisive di Report, dalle colonne de Il Fatto Quotidiano o dalle narrazioni martiri alla Purgatori. Chi si muove al di fuori di questo perimetro non è semplicemente un cittadino con un’opinione diversa, ma un venduto, un depistatore o un complice del sistema.

​È proprio contro questo dogmatismo che abbiamo il dovere civile di dissentire. Il dissenso non nasce dal voler negare le deviazioni dei servizi segreti o le sponde oscure che la storia italiana ha tragicamente conosciuto, ma dal rifiuto viscerale di sostituire alla complessità dei fatti un teorema urlato sul palco. Un’ipotesi storica non diventa “l'unica storia” solo perché pronunciata a decibel più alti o condita da un'aura di infallibilità profetica. Ridurre decenni di complessa e drammatica storia repubblicana a un unico grande complotto eterodiretto da Washington significa non solo banalizzare la ricerca della verità giudiziaria e storica, ma infantilizzare un intero Paese, trattato come un teatro di burattini privo di dinamiche interne, di responsabilità proprie e di poteri autoctoni.

​Le parole devastanti pronunciate a Palermo colpiscono al cuore chiunque creda ancora nel valore del dubbio, della dialettica e dello Stato di diritto. Quando la lotta alla mafia viene trasformata nel dogma di una setta di eletti ˗ gli unici puri in un mare di venduti ˗ si compie il peggior servizio possibile alla memoria delle vittime. La lotta alla criminalità organizzata deve unire le istituzioni e la società civile nella ricerca rigorosa e pacata dei fatti, non dividerle attraverso processi d'intenzione e anatemi scagliati da un pulpito. È tempo di affrancarsi da questo manicheismo soffocante: dissentire da questa narrazione unica non è solo un diritto, ma un atto di salute mentale e democrazia.

Aggiornato il 24 luglio 2026 alle ore 14:01