La bocciatura, per pochi voti e a scrutinio segreto, dell’emendamento che avrebbe reintrodotto (almeno in parte) le preferenze nella legge elettorale non è soltanto un episodio parlamentare. È il segnale di un problema più profondo: la difficoltà del sistema politico italiano nel restituire agli elettori un potere effettivo nella scelta dei propri rappresentanti.
Quando si interviene sulle regole che determinano la formazione della classe dirigente, spesso le differenze tra gli schieramenti tendono ad attenuarsi. Le divisioni ideologiche lasciano spazio a un interesse comune: la conservazione degli equilibri esistenti. È una dinamica fisiologica di ogni sistema di potere, ma diventa un problema quando riguarda il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Da oltre vent’anni il Parlamento italiano è composto prevalentemente attraverso meccanismi che affidano ai partiti il controllo della selezione dei candidati. Prima con il Porcellum, poi con le formule successive, la logica non è sostanzialmente cambiata: l’elettore sceglie una forza politica, ma raramente può incidere direttamente sull’identità delle persone chiamate a rappresentarlo.
Il risultato è una trasformazione profonda della democrazia rappresentativa. Il parlamentare tende a dipendere più dalla fiducia della leadership che dal consenso degli elettori. Il rapporto con il territorio perde centralità, mentre aumenta il peso delle strutture interne ai partiti.
È questo il punto politico della mancata riforma.
Reintrodurre le preferenze avrebbe significato, seppure in misura parziale, modificare un equilibrio consolidato. Avrebbe imposto ai candidati di conquistare un consenso personale, confrontarsi con altri esponenti della propria lista, costruire una reputazione autonoma e sottoporsi al giudizio diretto degli elettori.
Non è un modello privo di rischi. La storia italiana dimostra che le preferenze possono produrre competizioni esasperate, aumento dei costi elettorali e fenomeni degenerativi in alcuni contesti. Ignorare questi problemi sarebbe un errore.
Ma anche il sistema attuale presenta un costo democratico: quello di una rappresentanza percepita come distante e poco contendibile.
Il voto segreto ha reso evidente una semplice verità politica: chi viene selezionato da un determinato meccanismo tende naturalmente a difenderlo. Molti parlamentari devono la propria candidatura non a una competizione aperta sul territorio, ma alla collocazione ottenuta nelle liste. Cambiare le regole avrebbe significato modificare anche gli incentivi del sistema.
Il secondo elemento riguarda i partiti. Al di là delle dichiarazioni pubbliche sulla partecipazione e sulla centralità dei cittadini, le segreterie continuano a esercitare un potere decisivo nella formazione della classe dirigente. Chi controlla le candidature controlla una parte fondamentale della vita politica. La questione, dunque, non è soltanto tecnica. È una questione di equilibrio tra democrazia interna ai partiti e sovranità degli elettori.
Ma un sistema politico democratico dovrebbe porsi una domanda essenziale: il potere di scegliere chi governa deve appartenere principalmente agli apparati o ai cittadini?
Negli ultimi anni la risposta è apparsa evidente: il peso degli apparati è progressivamente aumentato a scapito della volontà popolare. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. La distanza tra cittadini e istituzioni cresce, la partecipazione diminuisce e il voto rischia di essere percepito non come uno strumento di scelta, ma come una semplice ratifica di decisioni prese altrove.
Sarebbe sbagliato attribuire alla legge elettorale tutte le responsabilità dell’astensionismo. Le ragioni della disaffezione politica sono molteplici. Tuttavia, una democrazia non può ignorare il fatto che gli elettori partecipano meno quando percepiscono di avere minori possibilità di incidere.
Anche il comportamento degli schieramenti appare significativo. La maggioranza ha sostenuto una modifica che, nei fatti, avrebbe trasformato solo in piccola parte il sistema. Le opposizioni hanno rivendicato la bocciatura dell’emendamento come un risultato politico, finendo però per difendere un modello che riduce il margine di scelta degli elettori.
Al di là delle posizioni ufficiali, il risultato è stato il mantenimento dello status quo.
Ed è proprio questo il dato più rilevante: quando si tratta di ridistribuire il potere di selezione della classe politica, il sistema tende a proteggere sé stesso.
La crisi della rappresentanza che attraversa molte democrazie occidentali nasce anche da qui. I partiti tradizionali hanno perso radicamento sociale, la politica è diventata più personale e immediata, ma contemporaneamente i cittadini hanno visto ridursi gli strumenti attraverso i quali possono incidere sulla scelta dei propri rappresentanti.
Ma la legge elettorale, sia chiaro, non è soltanto una questione per addetti ai lavori. È una delle architetture fondamentali della democrazia. Stabilisce chi seleziona la classe dirigente e quale rapporto esiste tra eletto ed elettore.
Ciò che appare ancora più paradossale, infine, è che molte forze politiche fanno della sovranità popolare un elemento centrale della propria identità valoriale, salvo poi arretrare bruscamente quando si tratta di trasferire concretamente più potere agli elettori.
È proprio nella distanza tra queste due dimensioni ˗ la retorica della partecipazione e la pratica dell’autoconservazione ˗ che si alimenta la sfiducia verso la politica.
Aggiornato il 17 luglio 2026 alle ore 11:06
