Perché il Ddl Sicurezza si scontra con il caos strutturale dei vigili urbani
Il nuovo Ddl Sicurezza, licenziato dal Consiglio dei ministri con l’intento di varare una stretta contro le baby-gang e il fenomeno dei cosiddetti “maranza”, introduce una rilevante espansione del fermo preventivo, estendendone l’applicabilità funzionale anche alla Polizia locale. Sotto il profilo puramente formale, l’esecutivo ha giustificato la misura ricordando che la qualifica di agente di pubblica sicurezza – necessaria per disporre il trattenimento temporaneo – è già in capo a una larga fetta del personale municipale, qualora formalmente disposta. Tuttavia, la trasposizione di questo automatismo giuridico sul piano operativo svela una profonda asimmetria amministrativa e ordinamentale che rischia di rendere la norma del tutto inapplicabile nella stragrande maggioranza del territorio nazionale.
LA FRAMMENTAZIONE DEI CORPI COME VULNUS OPERATIVO
La principale criticità del provvedimento risiede nell’assenza di un ordinamento unico per la Polizia locale, la cui regolamentazione è delegata ai singoli Comuni. Questa architettura istituzionale ha generato una frammentazione insostenibile in termini di risorse, turnazioni e capacità d’intervento che riguarda tutta una serie di aspetti primari. In merito alla capacità d’armamento, l’accesso agli strumenti di autotutela è a totale discrezione dei regolamenti comunali. In Italia coesistono comandi dotati di arma d’ordinanza, taser e bodycam, e municipi in cui gli agenti operano completamente disarmati.
Altro tema importante, la copertura oraria. Il fenomeno delle bande giovanili e i rischi di disordine pubblico si concentrano intrinsecamente nelle fasce serali e notturne. La maggior parte dei piccoli e medi comandi interrompe però il servizio tra prima delle 20:00 per l’impossibilità strutturale di finanziare e organizzare turni notturni.
Una considerazione fondamentale riguarda poi la consistenza degli organici: moltissime realtà locali dispongono di piante organiche ridotte al minimo, dove il personale è assorbito quasi interamente da compiti di polizia amministrativa o stradale, rendendo impossibile la creazione di pattuglie dedicate al controllo del territorio.
IL PARADOSSO TECNICO-GIURIDICO DEL FERMO
Il fermo preventivo, per sua natura, si fonda sulla sussistenza di un “pericolo attuale e concreto” legato a condotte potenzialmente lesive per la pubblica sicurezza, come il possesso di armi o oggetti atti a offendere. Si tratta di una misura coercitiva ad alto rischio di attrito sociale, soprattutto quando applicata a minorenni.
Questo fa emergere in modo determinante le disparità organizzative strutturali che rendono la presenza delle polizie locali, su scala nazionale, fortemente disequilibrate. I comandi delle grandi città, che hanno strutture adeguate, riescono a garantire un servizio h24 e vedono agenti dotati di strumentazione adeguata (Taser, bodycam ecc.). I comandi dei piccoli comuni o delle piccole convenzioni dispongono invece di poco personale, molto spesso non armato, con servizi che si interrompono prima delle ore 20.
In tali contesti, l’eventuale esecuzione del fermo preventivo corre forti rischi di inapplicabilità o di asimmetria di tutele.
Il cortocircuito logico emerge chiaramente: un comando privo di armamento d’ordinanza e con un organico risicato non possiede i requisiti tattici minimi per operare un fermo preventivo nei confronti di gruppi giovanili numerosi o ostili. Il personale si troverebbe esposto a gravi rischi di incolumità personale, privo delle tutele legali e logistiche minime necessarie per gestire l’accompagnamento coattivo negli uffici.
UNA SICUREZZA A DUE VELOCITÀ
Dal punto di vista politico, l’estensione delle prerogative della Polizia locale senza una parallela riforma strutturale del comparto rischia di produrre un’applicazione a macchia di leopardo. La norma potrà essere recepita esclusivamente dalle grandi aree metropolitane – che dispongono di nuclei specialistici, sale operative avanzate e accordi di coordinamento stabili con le forze di polizia statuali – mentre resterà lettera morta nella provincia italiana.
Senza investimenti centralizzati sulla formazione specialistica, senza la definizione di standard minimi obbligatori di dotazione per tutti i Comuni e senza lo sblocco del turnover per ripianare gli organici, il contrasto alla devianza giovanile tramite i vigili urbani si riduce a un proclama normativo privo di reale efficacia dissuasiva sul territorio.
Aggiornato il 16 luglio 2026 alle ore 10:14
