L’ultimo terremoto a Bari

​C’è un momento preciso in cui il potere smette di essere servizio e diventa un fortino arroccato. A Bari quel momento dura da ventidue anni, un lunghissimo inverno democratico travestito da primavera perenne, dove i palazzi, i salotti buoni e i circoli che contano hanno ballato sullo stesso spartito, ignorando i segnali di fumo che si levavano dalle fondamenta.

L’ultimo terremoto giudiziario che ha scosso la Procura della Repubblica non è che l’ennesimo crollo di un muro di cartapesta. L’iscrizione nel registro degli indagati per diffamazione di Sandrino Cataldo – l’uomo che per anni ha sussurrato ai voti, il grande “portatore” capace di orientare le campagne elettorali e condizionare i destini politici del capoluogo pugliese – è solo l’ultimo atto di una tragedia già scritta.

Questa volta l’accusa parla di fango lanciato contro l’avvocato Michele Laforgia (che fu candidato Sindaco di Bari nel 2024 in alternativa al candidato del Pd, Vito Leccese ndr) e un’altra persona. L’avvocato Laforgia decise, a maggio del.2024, di non prendere più parte alle primarie proprio a causa dell’arresto di Sandrino Cataldo.

Ma la vera ferita è più profonda, ed è tutta politica.

​Questo nuovo filone d’indagine squarcia un velo che molti, troppi, hanno finto di non vedere. Conferma, parola per parola, quel grido d’allarme rimasto drammaticamente inascoltato da parte di Francesco Giannella, ex procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia, oggi in pensione. Giannella aveva usato un termine terribile, quasi biologico, per descrivere lo stato di salute del capoluogo: assuefazione.

Parlava di una società civile barese privata dell’ossigeno della libertà, soffocata dallo scambio di voti e dalle infiltrazioni, o quantomeno dai rapporti di contiguità, con la criminalità organizzata.

​E cosa è stato fatto di quel monito? Null’altro che isolamento. Il procuratore Giannella, esattamente come l’avvocato Laforgia, è stato trattato come un corpo estraneo. Un disturbo alla quiete pubblica, un guastafeste in una città che voleva solo continuare a celebrare il proprio splendore da cartolina. Il meccanismo del fango e della solitudine si attiva sempre allo stesso modo quando qualcuno decide di non stare al gioco. Lo si è visto chiaramente nel 2024, quando Laforgia scelse di sottrarsi al meccanismo perverso delle primarie, rifiutando di farsi legittimare da un sistema di selezione che troppo spesso a queste latitudini ha mostrato il fianco all’inquinamento e al controllo del consenso minuto, voto su voto, euro su euro.

Da quel momento, attorno a lui è stato eretto il muro del silenzio e dell’ostracismo.

​La verità che emerge da questa nuova indagine è spietata: la politica a Bari, e più in generale in Puglia, gli anticorpi non li ha mai sviluppati. In ventidue anni di dominio incontrastato dello stesso segno politico, il potere ha preferito nutrirsi del cinismo dei numeri piuttosto che della qualità democratica del consenso.

Ha preferito delegare la pulizia etica alla magistratura e la denuncia alla stampa libera, usandole come scudo o come alibi a seconda della convenienza del momento.

Ma questo è un gioco d’azzardo sulla pelle dei cittadini. Non si può pretendere che siano i magistrati con i codici in mano, o i giornalisti con le loro inchieste, a fare il lavoro di bonifica morale che spetta esclusivamente ai partiti. La responsabilità politica non si delega in tribunale.

​Cosa resta adesso, in questo panorama desolato? Resta una città stanca, che guarda ai suoi salotti dorati con crescente diffidenza. Resta il paradosso di un capoluogo che si professa moderno ed europeo, ma che si scopre ancora ostaggio dei “portatori di voti”, figure grigie capaci di decidere chi vince e chi perde le elezioni raccogliendo il consenso non sulle idee, ma sui bisogni, sulle promesse, sulle clientele. Resta la consapevolezza che finché la politica considererà le voci libere e i magistrati rigorosi come “disturbatori” da isolare per difendere il fortino, Bari continuerà a respirare quell’aria asfittica descrittiva da Giannella.

Resta, infine, l’urgenza di capire se ci sia ancora qualcuno, tra quei palazzi, disposto a prendersi la responsabilità di far crescere finalmente gli anticorpi della democrazia, prima che il soffocamento diventi irreversibile.

Aggiornato il 10 luglio 2026 alle ore 14:45