Al diavolo, la retorica del femminismo, ce la mandano i grillini.
Ha fatto scalpore la volgare allusione per mezzo della quale qualche giorno fa, il ben poco onorevole deputato del Movimento 5 stelle, Francesco Silvestri, ha accusato in Parlamento Meloni di essere stata troppo prona in politica estera rispetto a Trump e a Netanyahu: “Lei ha indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. Volgare; degradante, perché fatta nelle istituzioni; meschina, perché utilizzata come offesa per fare opposizione politica verso la Presidente del Consiglio.
Provate ad immaginare se lo avesse detto un parlamentare di destra nei confronti di una donna di sinistra: sarebbe successo l’inferno. Invece silenzio assoluto, tanto da sinistra quanto dalle sedicenti femministe (e già questo è un inutile pleonasmo semantico) che, tacendo, dimostrano per l’ennesima volta quanto ritengano il femminismo un valore che conta soltanto se le femmine sono loro. Sempre pronti ad accusare la destra di patriarcato, di misoginia, di sessismo; e poi − apertis verbis, non solo attraverso comportamento omissivo, astenendosi dalla ferma condanna − giustificano queste porcherie se partorite da qualche deficiente di sinistra alla Camera dei Deputati.
E lo fanno persino tante donne, sui social, in tv e pubblicamente. Come sia conciliabile la retorica del femminismo con la difesa contenutistica della schifezza che il deputato grillino ha partorito, è un mistero. Evidentemente difendono le donne solo per tornaconto politico. “Sessuomane”, “sessista”, avrebbero urlato le Boldrini girls ad uno di destra che si fosse permesso di dire una cosa del genere. Eppure, ce la ricordiamo tutti la Serracchiani che a pochi mesi dall’insediamento, accusava la premier di stare un passo dietro agli uomini e di proporre un modello di subordinazione femminile all’uomo − fu immediatamente ridimensionata da una strepitosa Meloni che in un mirabile intervento (lapidario e che diventò subito virale) rivendicò la paternità della destra dei passi importanti per la parità di genere in questo paese. Nessuno si capacitò di come si potesse pensare di rivolgersi in questi termini al primo Presidente del Consiglio donna della storia della Repubblica che rappresenta in re ipsa il frantumamento di quel “tetto di cristallo” − avvenuto ancora per mano della destra − che dopo la prima donna Presidente del Senato nel 2018 ha continuato a fare lezione lasciando la sinistra denti stretti.
Lo abbiamo capito nel giro di poco: era iniziata la farsa del femminismo di parte, quell’orrenda propaganda ideologica trascinatasi sull’invisibile filo conduttore del “l’iniziale di ‘donna’ è maiuscola solo se lei è di sinistra”. E probabilmente anche “se piace a noi”: perché per esempio i diritti e l’onorabilità della donna Picierno, ai vertici del Partito democratico fino ad un paio di settimane fa, per i kompagni potevano essere sacrificati dato che negli ultimi tempi le sue posizioni sono state molto critiche rispetto a quelle del campo largo.
Sono tante pagine, sempre nuove, ma dello stesso capitolo. Come quando Friedman si è sentito in dovere di dare della escort alla First Lady Melania Trump; o come quando Landini ha definito Meloni una “cortigiana”.
Lo stesso mantra dei cori da stadio dello scorso ottobre al corteo della sua Cgil con cui qualche sincero femminista del sindacato aveva ritenuto di dover dare della puttana al Presidente del Consiglio; così, per sport. Anche dalle paladine a chiacchiere delle lotte sulla parità, spesso arriva lo schifo: ve la ricordate Asia Argento che al ristorante fotografa Meloni, incinta, e affida ai social la sua versione scrivendo: “Il grasso sulla schiena di una ricca fascista al pascolo? Non era premier, non era al governo: era semplicemente una brava leader donna di destra. E questo la sinistra non lo sopporta. Non ce l’ha proprio nel Dna.
A dimostrarlo − se facciamo un salto indietro nel tempo – era già intervenuta nel 2021 la straordinaria lavata di faccia del primo diktat di Enrico Letta, appena eletto segretario dem: utilizzare la balla propagandistica della rappresentanza rosa per far fuori tutti i renziani e sostituire i due capigruppo in Parlamento Marcucci e Del Rio, con due donne, Serracchiani e Malpezzi. Usate come scusa, messe in mezzo solo per far fuori gli uomini di una corrente. E loro, anziché rispondere “No, grazie”, accettarono di buon grado. Scelte non perché fossero le migliori (tutt’altro, e Serracchiani ha sfruttato ogni occasione possibile per evidenziarlo) ma messe lì per quota – quella che hanno sempre chiesto apertamente − corrente, cooptazione. Una contradictio in adiecto rispetto al riconoscimento effettivo della parità di genere.
Noi le quote rosa non le abbiamo mai chieste perché riteniamo indegno trasmodarsi nel femminismo di chi vive di asterischi, di paletti; riteniamo svilente sperticarsi negli ipocriti dogmi d’emancipazione di chi vive di storpiature della lingua italiana: l’emancipazione è il merito, non il genere biologico di chi porta l’incarico.
Così mentre Laura Boldrini accusa Meloni di firmare i suoi atti con ‘Presidente’ e non ‘Presidentessa’ e qualche altra dichiarata paladina del femminismo puro la offende addirittura sull’abbigliamento, lei è Presidente del Consiglio, una dei miglior premier d’Europa, brava ed è di destra. Ed è la dimostrazione che, alla fine, la differenza tra chi arriva per merito, e chi per quota, si vede tutta.
Silvestri, senti un po', fai come suggerisce il direttore Cerno: le ginocchiere comprale per te; anzi, prepara una fornitura abbondante per quell’ala dell’emiciclo e del Paese impegnata nella fidelizzazione del suo nuovo core electoral business, quelli che pregano inginocchiati sul tappeto prostrati ad una religione che le donne le sottomette, le vessa, le picchia, le rinchiude, le fa sparire sotto un burqa. Ginocchiere moderne con le rotelle, per voi sciacalli nostrani che vi distinguete per l’indignazione a geometria variabile (per alcune vittime sì, per altre no; per alcuni carnefici sì, per altri no) per correre dritti a Theran, la vostra terra promessa: quella degli ipocriti e delle traditrici del femminismo.
Aggiornato il 18 giugno 2026 alle ore 10:52
