Luciano Canfora: “Un editore non deve giurare su nulla”

Intervistato sulla vicenda che ha coinvolto la fiera dell’editoria a Roma e il fantomatico patentino antifascista, il professor Canfora non ha usato giri di parole per descrivere il nuovo regolamento della fiera romana, etichettandolo come una “alzata d’ingegno” e “uno scandalo da quattro soldi”.

​Secondo il filologo barese, pretendere una firma di fedeltà ideologica da chi produce e distribuisce cultura è una mossa priva di senso logico e giuridico: “Il giuramento si faceva al re d’Italia, o alla Repubblica quando si assume un pubblico impiego, ma un editore non deve giurare su nulla”.

​Canfora ha poi smontato il meccanismo censorio portando esempi concreti legati alla storia dell’editoria. Se si dovesse applicare una rigida censura preventiva basata sui contenuti, si arriverebbe al paradosso di dover bandire le più grandi case editrici del Paese: Adelphi per aver pubblicato Louis-Ferdinand Céline (noto per le sue posizioni violentemente antisemite); ​Laterza per aver storicamente pubblicato le opere di Giovanni Gentile, il principale filosofo del fascismo; ​Garzanti per le edizioni critiche del Mein Kampf.

UN ASSIST POLITICO A GIORGIA MELONI

​La riflessione centrale di Canfora tocca il cuore dell’efficacia politica di certe battaglie. Lo storico ha sottolineato come questa iniziativa si sia tradotta, nei fatti, in un involontario regalo politico alla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

​La premier ha immediatamente cavalcato la scelta della fiera per denunciare quella che ha definito una vera e propria “censura” e un “vecchio vizio della sinistra” volto a cancellare le idee non allineate. Nel momento in cui la sinistra culturale si arroga il diritto di concedere patenti di agibilità democratica tramite moduli burocratici, si espone inevitabilmente alla critica di autoritarismo, offrendo alla destra l’opportunità di presentarsi come paladina della libertà d’espressione.

​Canfora, pur ribadendo fermamente il valore storico dell’antifascismo, evidenzia che trasformarlo in un “visto d'ingresso” per una fiera del libro svilisce il concetto stesso, trasformandolo in un’arma da campagna elettorale.

IL DRAMMA DI UNA CULTURA SUBALTERNA

​La reazione di Canfora (allineata a quella di altri intellettuali come Massimo Cacciari e Paolo Mieli) mette a nudo il limite profondo di una parte della sinistra: la subalternità culturale che si rifugia nel formalismo.

​Invece di contrastare le idee della destra sul piano del dibattito, dell’analisi storica e della proposta politica, si preferisce erigere barriere burocratiche. Questo atteggiamento denota una mancanza di fiducia nella forza intrinseca della cultura e della discussione aperta.

La storia, la memoria e i valori costituzionali sono questioni serie che non possono essere ridotte a un modulo da firmare per ottenere uno stand.

​Chiudendo la porta a questo “delirio”, Canfora ricorda che la vera egemonia culturale si esercita nei contenuti, nello studio e nel confronto, non con i timbri o con i passaporti ideologici, che finiscono solo per vittimizzare l’avversario politico e regalargli facili consensi.

Aggiornato il 18 giugno 2026 alle ore 10:51