Dagli stracci a Vannacci

Ogni fenomeno politico rilevante può essere letto a due livelli: come fatto in sé, (un protagonista, un programma, un consenso) e come indicatore di qualcosa che il fatto stesso non contiene. Roberto Vannacci appartiene alla seconda categoria più che alla prima.

Il mezzo milione di preferenze raccolto alle elezioni europee del 2024 e la continua crescita del suo consenso, per ora registrata solo nei sondaggi, non si spiegano attraverso il contenuto della proposta, che ancora non si conosce nel dettaglio, ma attraverso ciò che dicono dell'elettorato.

Chi volesse liquidare il fenomeno vannacciano con lo snobismo del radical chic rischierebbe di non comprendere la parte più interessante della questione. Cinquecentomila persone non votano per errore o per distrazione ma perché qualcosa in quel linguaggio, in quel tono, in quella figura risponde a un bisogno che il sistema politico ordinario non riesce più a soddisfare.

Proprio per questo per comprendere le ragioni strutturali del successo di Vannacci è necessario risalire al ciclo politico che lo ha preceduto.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno costruito per anni un immaginario di rottura radicale: rimpatri di massa presentati come misura immediata e realizzabile, sovranità monetaria, ostilità sistematica verso l’Unione europea, ammirazione esibita per la Russia di Putin e per gli Stati Uniti di Trump come modelli alternativi all’ordine liberale occidentale. Era la retorica dell’improbabile presentata come possibile: efficace quando i due si sono trovati all’opposizione, difficile da fare quando sono passati dietro i banchi del governo.

Quando Meloni è approdata a Palazzo Chigi, la distanza tra la promessa e la realtà si è rivelata incolmabile per la struttura stessa del potere in una democrazia liberale: i trattati europei, i mercati finanziari, gli alleati atlantici, la burocrazia dello Stato non si piegano agli slogan elettorali e l’azione di governo ne è risultata fortemente vincolata. Ed è in quel preciso istante che è nato un elettorato orfano della promessa originale e al contempo smarrito tra la radicalità di ieri e la normalizzazione di oggi. Allora la ruota degli esposti ha iniziato a girare e ad affidare gli elettori in stato di abbandono al nostro generale che si è reso subito disponibile ad accoglierli e ad accudirli.

Il legame di filiazione politica e culturale che unisce il capo di Futuro Nazionale a quello di Fratelli d’Italia e a quello della Lega ricalca, con le dovute proporzioni storiche e culturali, quello che un tempo legò Silvio Berlusconi a Indro Montanelli.

Il celebre giornalista seminò per decenni, dalle colonne del Il Giornale, i granelli identitari della futura Forza Italia: l’anticomunismo viscerale, la disistima per la sinistra in cachemire, l’allergia per lo Stato, l’avversione verso il sistema di tassazione, l’esaltazione dell’italiano medio capace di farsi da sé contro ogni ostacolo, la diffidenza verso i politici della Prima Repubblica di cui tracciava ritratti taglienti e sagaci che rimasero a lungo nell’immaginario collettivo. Come dimenticare l’epiteto che inventò per Amintore Fanfani “il rieccolo” per sottolineare la straordinaria abilità del dirigente democristiano di risorgere politicamente e tornare a occupare ruoli di primissimo piano (fu sei volte Presidente del Consiglio) proprio quando tutti lo davano ormai per spacciato o politicamente finito.

Si creò così il terreno fertile proprio grazie a quel lessico, anche un po’ guascone, che Berlusconi avrebbe capitalizzato e cristallizzato in una straordinaria vittoria nel 1994 contro la gioiosa macchina da guerra dei comunisti di Occhetto nel frattempo diventati democratici di sinistra. Altrettanto Meloni e Salvini hanno fatto per anni parlando di sovranismo, di identità, di made in Italy e di nazione.

Vannacci, dunque, non nasce dal nulla: è il frutto maturo di quella semina melo-salviniana degli ultimi 10 anni. Il Generale ha semplicemente raccolto quel codice ideale nel momento in cui i suoi precursori sono stati costretti alla normalizzazione dall’esercizio del governo, radicalizzandone il tono e la forma, offrendo un rifugio agli orfani di quei postulati originari. I “seminatori” hanno invocato e legittimato un vocabolario e una visione del mondo, i cui frutti sembrerebbero raccolti dal loro figlio politico più duro e puro: il generale della Folgore.

Peraltro, il fascino del militare in politica ha radici profonde nella storia della destra italiana ed anche a sinistra e sarebbe sbagliato ridurlo alla categoria semplice dell’autoritarismo. La genealogia è più complessa. Junio Valerio Borghese, Gino Birindelli, Giovanni De Lorenzo, Vito Miceli dalle parti del Movimento Sociale Italiano furono figure, anche se diverse per ruolo e per intenzione, accomunate dall’idea che la disciplina e la competenza militare potessero supplire all’incompetenza e alla inconcludenza della classe politica civile così come lo furono i generali Mauro Del Vecchio del Pd, Vincenzo Camporini di Azione, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola Ministro della Difesa nel Governo Monti (2011-2013) ed infine più recentemente Fabio Di Micco del M5s.

Il consenso a Vannacci, quindi, non è un voto al suo programma, che peraltro ancora non si conosce nel dettaglio, ma al suo tono e soprattutto al suo carisma di capo che guida una “sporca dozzina” in un’impresa memorabile come lui stesso ha tenuto a dire in diretta tv. La forma ruvida e diretta diventa così il messaggio. Beppe Grillo aveva fatto la stessa identica cosa con strumenti diversi ma con struttura identica: l’uomo incorrotto dal sistema che dice quello che tutti pensano ma nessuno ha il coraggio di dire.

C’è tuttavia un livello di analisi più profondo: la struttura gnostica, già esaminata da Eric Voegelin in movimenti politici analoghi, che accomuna e inquadra questi fenomeni. I leader di tali movimenti affermano che una realtà rovesciata e corrotta è governata da forze demiurgiche invisibili ai più; soltanto una conoscenza segreta, accessibile ai pochi illuminati, potrà portare luce, verità e virtù, riconducendo il mondo a un'ancestrale epoca dell'oro.

Questa stessa idea di salvezza oggi ha prodotto Vannacci, Santiago Abascal, Alice Weidel di AFD, Nigel Farage, Geert Wilders, un ieri Grillo, Trump, Le Pen, Pablo Iglesias di Podemos e Jean Luc Mélenchon. Tutto nasce dal fatto che l’elettore non vuole il peso della responsabilità che la democrazia liberale gli chiede e pertanto lo trasferisce su un unto del Signore laico. Il populismo gnostico offre così la via d'uscita anestetizzante da ogni onere di scegliere.

Peraltro, la gnosi non è falsificabile dall’esperienza, perché ogni fallimento del salvatore viene reinterpretato come opera dei poteri oscuri e maligni che lo osteggiano.

Tra le chiavi interpretative del consenso vannacciano, c’è anche quella della crisi identitaria maschile. Il generale intercetta un malessere specifico degli uomini ed offre a questi ultimi un messaggio di restituzione dell’orgoglio ed in questo si avvicina al trumpismo più che al lepenismo, riaffermando un’identità personale che si sente assediata.

Detto questo va rilevato che la storia dei populismi suggerisce che essi brillano come comete, veloci, capaci di raccogliere consensi trasversali in poco tempo ma che faticano enormemente come pianeti stabili, con orbite prevedibili e a gravitazione costante. Il consenso personale si degrada rapidamente appena il politico che subentra al propagandista deve amministrare, mediare, scendere a compromessi, tutte operazioni che erodono l’aura di autenticità su cui il consenso era fondato e chi si nutre solo di opposizione difficilmente metabolizza il potere, spesso ne riceve solo un grande mal di stomaco.

Marcello Veneziani ha scritto recentemente un articolo nel quale invocava persino un Vannacci a sinistra che fungesse da sasso nello stagno come quello a destra.

Il limite di quest’ultima analisi emerge nel momento in cui cita Marco Rizzo come candidato plausibile al ruolo, per poi osservare che lo stesso raccoglie più simpatie a destra che a sinistra e quindi se l’unico disponibile per quel ruolo non trova elettorato a sinistra, significa che non manca il leader ma il corpo sociale che lo voterebbe. La sinistra operaista che Veneziani rimpiange, le bandiere rosse, le facce dei lavoratori, il conflitto capitale-lavoro come asse coalizzativo, non esiste più perché il soggetto storico che la sosteneva si è dissolto con la fine del fordismo, la frammentazione del lavoro, la deindustrializzazione del Paese. La sinistra, perciò, si è rifugiata nei ceti urbani, tra insegnanti, ricercatori, professionisti, funzionari pubblici, CEO di grandi società che sono diventati così borghesi da volere fare gli aristocratici, senza incarnarne i valori, nei loro lussuosi appartamenti di Milano o Firenze. Soggetti proletari e rivoluzionari che sono passati dalla fabbrica al salotto. Da questo elettorato un Vannacci di sinistra non può nascere perché anche se c’è il seme manca il terreno.

Va aggiunto che la sinistra ha nel frattempo dato la caccia al nuovo soggetto rivoluzionario per sostituire quel proletariato che ora è diventato borghese cercando nei movimenti pacifisti, in quello femminista, nelle minoranze di ogni specie tra cui gli immigrati di seconda generazione che essendo sradicati si sentono esclusi proprio da quegli attici in cui si discute del loro destino. I movimenti socialisti o meglio luddisti-umanitari hanno dimenticato di essere nati in contrapposizione proprio all’ordine economico del libero mercato e del capitalismo, lo stesso che ha prodotto quel progresso, politico, sociale, tecnico e scientifico di cui loro stessi si sono avvalsi tanto da autodefinirsi in maniera ossimorica “progressisti”. Una parola che la sinistra nostrana usa come scudo e come vessillo senza mai chiedersi cosa significhi veramente.

Il progresso, quello che ha prodotto la fabbrica, la meccanica, la ferrovia, le auto a guida autonoma e l’intelligenza artificiale è stato per due secoli il bersaglio dichiarato della sinistra rivoluzionaria, perché lo identificava con l’avanzata del capitale. Quando la sinistra del XXI secolo si dice “progressista” confessa, forse senza saperlo, di essersi fatta amministratrice del sistema che i suoi padri volevano distruggere.

Detto questo vedremo a breve quale sarà l’esito di Futuro Nazionale e quale collocazione avrà, certo è che per Giorgia Meloni è arrivato un vero e proprio grattacapo perché sarà complicato decidere se mettersi in coalizione Vannacci e la sua “sporca dozzina” e doverci avere a che fare, cosa che a prima vista appare non facile, o lasciarlo fuori e correre il concreto rischio di perdere le elezioni e consegnare l’Italia al campo largo.

Ma poi il generale sarebbe disposto a sporcarsi le mani in un governo non “comandato” da lui? O preferirà andare all’opposizione in un primo tempo e giocare nel secondo, come ha fatto la Meloni stessa avversando il governo Draghi, da protagonista sperando intanto nel crollo del sistema politico attuale? Chi ieri ha lanciato gli stracci oggi si ritrova Vannacci.

Come avrebbe detto Indro Montanelli il guaio degli italiani non è che cercano un salvatore. È che lo trovano sempre.

Aggiornato il 15 giugno 2026 alle ore 15:42