Il 212° anniversario dell’Arma dei Carabinieri

Una storia per la libertà e la democrazia degli italiani

Non è casuale che agli ottant’anni della Liberazione e della nascita della Repubblica si affianchi il 212° anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri, istituita il 5 giugno 1814. In questa coincidenza simbolica si riflette un percorso storico unitario che attraversa oltre due secoli di vita nazionale e che restituisce un dato essenziale: il contributo dell’Arma alla costruzione della libertà e alla difesa della democrazia italiana è stato, insieme a quello di altre componenti della società civile, decisivo e continuo. Nata nel Regno sabaudo come corpo militare con funzioni di sicurezza e garanzia dell’ordine pubblico, l’Arma accompagna il Risorgimento, partecipa alle guerre d’indipendenza, segue il processo di unificazione nazionale e si radica progressivamente come presenza dello Stato nei territori, anche nei più remoti e difficili, segnati da brigantaggio, calamità naturali ed emergenze sociali. È in questa dimensione diffusa della presenza pubblica che si consolida quell’appellativo di “Benemerita” che i parlamentari del Regno e la memoria collettiva italiana hanno consegnato alla storia.

Ma è nel Novecento che questa funzione si confronta con la sua prova più ardua: la frattura tra legalità e potere, tra obbedienza e coscienza, tra Stato e degenerazione ideologica dello Stato stesso. La storia, in questo senso, non può essere semplificata: come tutte le istituzioni, anche l’Arma operò dentro il contesto del regime fascista, ma la sua fedeltà istituzionale non coincise mai automaticamente con l’adesione piena all’ideologia del regime. I fatti di Sarzana del 1921 rappresentano uno dei primi snodi emblematici. Una colonna di squadristi guidata da Amerigo Dumini tenta di imporre con la forza la liberazione di detenuti e il controllo della città. Di fronte a una pressione numericamente schiacciante, pochi carabinieri e militari, agli ordini del capitano Guido Jürgens, scelgono di non cedere. Lo scontro segna la riaffermazione elementare della legalità contro la sopraffazione armata, che vede l’intera comunità schierarsi con i Carabinieri: Sarzana diventa così uno dei luoghi simbolici in cui la violenza politica poteva essere respinta dalla tenuta dello Stato nella sua funzione essenziale.

“Se tutte le città d’Italia avessero fatto come Sarzana, il fascismo non sarebbe passato”. È il commento a quei fatti che, decenni dopo, sarebbe stato attribuito al presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il 25 luglio 1943, ritorna viva quella stessa tensione tra legalità e arbitrio del potere: si ripresenta in una forma storicamente decisiva quando il regime fascista crolla e sono i Carabinieri a eseguire l’arresto di Benito Mussolini. L’operazione, condotta in un contesto di estrema riservatezza, è organizzata dal tenente colonnello Giovanni Frignani insieme ai capitani Raffaele Aversa e Paolo Vigneri. È il momento in cui lo Stato, dopo un ventennio di compressione delle sue funzioni, si riappropria della propria legalità e dignità. La storia non si chiude in quella notte, e per quei Carabinieri arriva la vendetta dei tedeschi. Dopo l’8 settembre e l’occupazione tedesca, quella stessa scelta diventa motivo di persecuzione: Frignani e Aversa saranno arrestati e uccisi alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Nel frattempo, la partecipazione dei Carabinieri alla Resistenza assume dimensioni storiche: sono migliaia i militari deportati, internati, uccisi e attivi nelle reti clandestine contro l’occupazione nazista.

Il bilancio è drammatico e inequivocabile: 2.735 caduti, 6.500 feriti, oltre 5mila deportati nei campi di concentramento, un sacrificio che valse alla Bandiera dell’Arma la medaglia d’oro al valor militare e che trovò espressione in migliaia di episodi individuali e collettivi di eroismo, dalla difesa di Roma dopo l’8 settembre alla partecipazione alla Resistenza. A Roma, in particolare, dopo l’occupazione tedesca, si sviluppò una rete clandestina nella quale numerosi ufficiali e sottufficiali dell’Arma ebbero ruoli decisivi. Tra le figure più note vi fu il generale Filippo Caruso, promotore del Fronte clandestino dei Carabinieri, che organizzò attività informative, collegamenti con il Comitato di liberazione nazionale e azioni di sostegno alla Resistenza. L’Arma contribuì a quel momento fondativo anche con scelte individuali compiute nelle condizioni estreme dell’occupazione tedesca e del collasso dello Stato, spesso in isolamento. Il 23 settembre 1943, a Torre di Palidoro, pochi giorni dopo l’inizio dell’occupazione nazista, Salvo D’Acquisto si assunse una responsabilità che non gli apparteneva per salvare ventidue civili innocenti dalla rappresaglia tedesca. La stessa logica del dovere fino all’estremo sacrificio riemerge, nell’estate del 1944, con i martiri di Fiesole: i tre carabinieri Alberto La Rocca, Vittorio Marandola e Fulvio Sbarretti, catturati dopo aver tentato di proteggere la popolazione civile, vennero fucilati dai tedeschi l’11 agosto 1944.

La stessa fedeltà animò tanti altri carabinieri, come l’allora tenente Alberto Dalla Chiesa, che a San Benedetto del Tronto scelse di collaborare con i partigiani nell’Italia occupata. Sarebbe diventato, decenni dopo, uno dei simboli della lotta al terrorismo e alla mafia e del servizio allo Stato, confermando la continuità di una tradizione morale che attraversa generazioni diverse. Tante altre storie individuali sono rimaste oscure, come quella del maggiore Pasquale Infelisi, comandante del gruppo di Macerata, che non aderì alla Repubblica di Salò per prepararsi alla lotta partigiana. Fu fucilato alle spalle dai tedeschi, che si immortalarono in una lugubre foto ricordo. Il maggiore Infelisi ha lasciato una lettera, un testamento morale: “Non si può aderire a una Repubblica come quella di Salò, illegale dal punto di vista costituzionale e alleata a uno straniero tiranno, per essere alle dipendenze di una guardia nazionale repubblicana cancellando anche il nostro glorioso nome di Carabinieri, per confonderci con un’organizzazione paramilitare che non ha storia né gloria, dove molti componenti hanno il solo merito della violenza e della sopraffazione, mentre l’Arma dei Carabinieri in tutta la sua gloriosa storia, indipendentemente dai colori politici, ha difeso sempre le leggi dettate da governi legalmente costituiti e ha protetto i deboli contro i prepotenti. Accettare una cosa simile con un giuramento di fedeltà l’ho ritenuta una cosa indegna e umiliante. Ho fatto liberamente e con piena coscienza questa scelta, non sottovalutando i pericoli cui sarei andato incontro”.

In queste parole c’è, tutto il significato del giuramento e sul senso del valore militare. È qui che si coglie il filo più profondo della storia dell’Arma e delle stesse Forze armate italiane: la tensione permanente tra disciplina e coscienza, tra fedeltà e responsabilità individuale. In questa lunga traiettoria che attraversa monarchia, dittatura, guerra e Repubblica, l’Arma dei Carabinieri appare un presidio storico in cui la legalità si è misurata, nei momenti decisivi, con la prova della libertà. E forse è proprio questa la lezione più attuale: l’obbedienza, sintetizzata nel motto “Nei secoli fedele” e nella tradizione “dell’usi obbedir tacendo e tacendo morir”, non si separa mai dalla coscienza dell’uomo e del cittadino. Nel 212° anniversario della sua fondazione, questa storia interroga il presente: invita a riconoscere nell’esperienza dell’Arma, come di altre Istituzioni serie, un patrimonio civile in cui la legalità, nei momenti più difficili, deve sapersi misurare con la responsabilità di preservare i valori della libertà e della democrazia, in cui credono gli italiani.

Aggiornato il 04 giugno 2026 alle ore 16:24