Oltre la retorica, verso la verità integrale
Il prossimo 23 maggio non sarà una semplice ricorrenza sul calendario della memoria nazionale. A trentaquattro anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, il dovere della testimonianza si evolve: non basta più il ricordo, serve la coerenza dell’azione. Trentaquattro anni non sono passati invano se chi scrive, chi governa e chi giudica accetta di raccogliere l’eredità di Falcone non come un feticcio, ma come un metodo di lavoro.
L’EREDITÀ DI FALCONE NELLE ISTITUZIONI: IL GOVERNO E MANTOVANO
Il cammino che le istituzioni devono percorrere è tracciato dall’insegnamento di chi ha pagato con la vita la difesa dello Stato. In questo senso, guardiamo con attenzione alla composizione dell’attuale esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
La presenza di figure come il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, rappresenta un punto di congiunzione essenziale tra la memoria storica e l'azione di governo. Mantovano, che conserva nel suo bagaglio l’esperienza e il rigore della magistratura vissuta proprio negli anni più bui e caldi della lotta alla mafia, incarna quella “memoria tecnica” necessaria per non smarrire la rotta. Il suo ruolo non è solo burocratico, ma di garante di una sensibilità che conosce dall’interno le ferite inferte a Capaci e via D’Amelio.
È a figure apicali di questo profilo che chiediamo di non mollare, di trasformare il ricordo in una barriera invalicabile contro ogni tentativo di depotenziamento della legislazione antimafia.
LA RICERCA DEI MANDANTI ESTERNI IL NODO IRRISOLTO
Essere “dalla stessa parte” di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino significa avere il coraggio di guardare oltre il perimetro di Cosa Nostra. Se la verità giudiziaria sugli esecutori materiali è stata in larga parte scritta, la piena verità sui mandanti esterni rimane il grande debito che lo Stato ha verso se stesso. Non possiamo accettare che il tempo sbiadisca le ombre su questi temi.
Le infiltrazioni del “mondo deviato”: quei settori dell’imprenditoria e della finanza che hanno visto nell’eliminazione di Falcone un vantaggio strategico.
Le zone d’ombra istituzionali: quei centri di potere che hanno dialogato o colluso, permettendo che la strategia stragista trovasse terreno fertile.
Rifiutare la retorica significa mettere in fila le circostanze, analizzare le carte e pretendere che la magistratura e la politica collaborino senza riserve per recidere gli ultimi legami tra criminalità organizzata e segmenti deviati dello Stato.
TESTIMONI DEL NOSTRO TEMPO, NON SOLO CRONISTI
Il nostro lavoro giornalistico si spoglia della veste di semplice cronaca per farsi raccolta di testimonianze. Essere “raccoglitori” significa custodire le parole di chi c’era, ma anche di chi oggi continua a indagare e a resistere. Il 23 maggio sarà l’occasione per rivendicare che la morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e degli uomini delle scorte non è stata una "fine", ma l’inizio di una mobilitazione cosciente.
“La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”, diceva Giovanni Falcone.
Questa fine, però, non arriverà per inerzia. Arriverà solo se il Governo e le istituzioni apicali sapranno fare tesoro di quell’insegnamento, garantendo che le indagini sulle stragi non siano mai considerate “storia chiusa”.
UN IMPEGNO CHE CONTINUA
Trentaquattro auspichiamo che i passi avanti fatti finora siano solo il preludio a una stagione di definitiva chiarezza. La memoria di Capaci e via D’Amelio non appartiene alle cerimonie, ma alla cocciuta determinazione di chi, ogni giorno, sceglie la legalità come unica bussola possibile.
Noi siamo qui, 34 anni dopo, esattamente dalla stessa parte.
Senza sconti, senza oblio.
Aggiornato il 11 maggio 2026 alle ore 11:18
