La favola della cattiva politica e l’elettorato che difende le rendite

Da trentanni lItalia si racconta una favola consolatoria e la racconta con tale perseveranza da averla quasi tramutata in evidenza. La favola vuole che il declino del Paese sia opera di una classe politica inadeguata, di un ceto dirigente miope, di una élite venale o, secondo le stagioni, scellerata. I cittadini, in questa narrazione, figurano come spettatori indignati di uno sperpero che non li riguarda, testimoni di un saccheggio commesso da altri ai loro danni. Una storia confortevole perché distribuisce con nettezza le parti: in primo piano un popolo laborioso e tradito, sullo sfondo un manipolo di amministratori incapaci, in mezzo un debito pubblico che si gonfia come un personaggio mitologico, fuori controllo, autonomo, quasi metafisico. Regge nei talk show, sopravvive nei bar, prospera nei sondaggi. Davanti ai numeri si sgretola. Dal 1992 al 2024 lItalia ha conosciuto Governi di centrodestra e di centrosinistra, Esecutivi tecnici, compagini populiste, maggioranze sovraniste. Ha riformato la legge elettorale tre volte, tentato la revisione costituzionale e fallito, avvicendato tredici presidenti del Consiglio in venti Governi. Eppure, il rapporto debito-Pil è risalito dal 105 al 135 per cento, gli investimenti pubblici sono scesi dal 4-5 per cento del Pil degli anni Ottanta al 2,1 per cento del 2018, la produttività è inchiodata da un quarto di secolo. Il personale politico è mutato dieci volte. Il risultato non si è mosso. Quando una variabile cambia interamente e lesito permane, la spiegazione va cercata nella costante.

La costante, in Italia, è lelettorato. A questa intuizione Andrea Capussela ha dedicato il libro più rigoroso uscito sul tema negli ultimi anni, Declino, una storia italiana: “LItalia è in declino perché è organizzata in modo iniquo e inefficiente. Le rendite di pochi comprimono le opportunità di molti, e sono protette dalla tensione tra la razionalità individuale e linteresse collettivo”. I partiti italiani, scrive Capussela, sono “esangui, timorosi degli elettori, privi di cultura politica, instabili, inclini più a colludere che a competere, abbracciati allo Stato, vulnerabili alle minoranze organizzate”. Non sono il motore del declino, ne sono la spia: si comportano così perché un elettorato così li seleziona. Razionale come ogni elettorato di una democrazia matura, e proprio per questo prevedibile: ogni volta che si è trovato dinnanzi alla scelta tra un Governo che proponeva la riforma e uno che ne prometteva il rinvio, lelettore italiano ha votato per il rinvio. Mario Monti, dopo aver evitato la bancarotta nel novembre 2011, viene umiliato un anno dopo con un dieci per cento. Matteo Renzi, dopo Jobs Act e velleità costituzionali, viene cancellato da un referendum nel quale gli italiani respingono di fatto la propria modernizzazione. Carlo Cottarelli viene linciato mediaticamente prima ancora di insediarsi. Vince invece, sistematicamente, chi promette di non chiedere nulla: meno tributi e maggior spesa, abolizione della Fornero, quota cento, bonus, condoni. La curva del consenso elettorale italiano è la curva inversa della disponibilità riformista.

La diagnosi non è nuova. Mancur Olson laveva formulata nel 1982 in Ascesa e declino delle nazioni: le società stabili accumulano nel tempo “coalizioni distributive”, corporazioni, ordini, lobby, che difendono ciascuna la propria rendita e che, sommate, paralizzano il sistema. Più una democrazia rimane stabile, più rendite si stratificano, più la sclerosi si aggrava. LItalia repubblicana, nata dalla guerra ma costruita per assorbire ogni gruppo organizzato, ne è il caso clinico più puro. Paolo Sylos Labini, ventanni prima di Capussela, aveva ricostruito la base sociologica del fenomeno nel suo Saggio sulle classi sociali. La sua intuizione: in Italia il vero attore politico decisivo non è la borghesia industriale, non è la classe operaia, ma la piccola borghesia diffusa, impiegati pubblici, professionisti, commercianti, artigiani protetti, piccoli proprietari, che possiede “come certi santi, il dono dellubiquità”, irradiandosi dappertutto e proteggendo dappertutto le proprie posizioni. Cinquantanni dopo la descrizione regge intatta, soltanto si è dilatata: oggi la piccola borghesia di rendita non è più una classe fra altre, è quasi tutta la società.

Una selezione darwiniana implacabile ha quindi prodotto un personale dirigente che padroneggia larte di non promettere il difficile. Non è peggiore di quello di un tempo: è lunica varietà che gli elettori italiani siano disposti a sopportare. Il debito pubblico, in questa luce, smette di apparire come il sintomo di una incapacità del ceto politico e si rivela come il prezzo che il ceto politico paga ai propri elettori per restare al potere. Davanti alla biforcazione tra il taglio di una spesa e il ricorso al credito, il governante italiano sa che cosa lo attende imboccando la prima via: il pensionato, il dipendente, il professionista, il proprietario, il commerciante si organizzano, votano, scendono in piazza. Sa altrettanto bene che cosa accade imboccando la seconda: i contribuenti del 2050, in particolare quelli non ancora nati, pagheranno gli interessi nei decenni successivi, ma nel frattempo non protesteranno, non sciopereranno, non firmeranno appelli. Il debito è il dispositivo con cui le democrazie mature scaricano i conflitti distributivi del presente sui non-presenti del futuro. Attorno a questo meccanismo James Buchanan, premio Nobel 1986, costruì la teoria della public choice, che applica la logica economica al comportamento di politici ed elettori.

Lobiezione moralistica, colpevolizzare i cittadini è ingeneroso, coglie nel segno solo a metà. Gli italiani non sono moralmente più colpevoli dei tedeschi o degli scandinavi. Sono però intrappolati in un sistema di rendite distribuite a maglie talmente larghe da rendere ciascuno percettore di qualcosa: la prima casa esentasse, la pensione retributiva erogata a fronte di contributi versati per metà, il posto pubblico inamovibile, il regime forfettario al cinque per cento, la professione protetta dallordine, il lavoro nero tollerato, levasione mite condonata. La rendita italiana non appartiene a una élite circoscritta contro cui dirigere il risentimento collettivo. Appartiene a una maggioranza capillare che, sommata, vota. E vota per conservare. Il popolo italiano che ogni sera si dilania nei salotti televisivi sulla classe politica è lo stesso che la mattina dopo, davanti allurna, conferma metodicamente il sistema che dice di detestare. Non per doppiezza: per impeccabile razionalità individuale. Ciascuno difende la propria nicchia, la sommatoria delle difese particolari produce la paralisi generale, il debito redime il conto.

Le riforme strutturali serie, in questi quarantanni, sono giunte unicamente sotto coercizione esterna. Maastricht nel 1992, lo spread nel 2011, il Recovery Fund nel 2021. Mai dallautonoma volontà democratica del paese. Sempre da una pressione che la classe politica poteva esibire come alibi davanti ai propri elettori. È la conferma della tesi, non la sua confutazione: una società di rendita non si riforma dallinterno, si riforma per costrizione. Già Emanuele Felice, nel suo Ascesa e declino. Storia economica dItalia, aveva individuato nelle posizioni di rendita sedimentate negli ultimi quarantanni il cuore del declino contemporaneo. La rendita, da privilegio di pochi, si è democratizzata. Ed è proprio la sua democratizzazione che la rende politicamente intoccabile.

Resta ununica domanda davvero seria, quella che nessuno desidera formulare perché non ammette risposta consolatoria. Se lagente del declino italiano non è il ceto politico ma la geometria degli interessi del corpo elettorale, allora il rito periodico dellavvicendamento di governo è un esorcismo. Le elaborazioni di Massimo Baldini, Luca Beltrametti e Carlo Mazzaferro pubblicate su lavoce.info nel maggio 2020 sui dati Banca dItalia certificano il dato: tra il 2000 e il 2016 la quota di ricchezza detenuta dalle famiglie con capofamiglia under 45 è scesa dal 25 al 15 per cento, quella delle famiglie over 65 è salita dal 28 al 40 per cento. Una società in cui i giovani perdono dieci punti di ricchezza in sedici anni e gli anziani ne guadagnano dodici, mentre la coorte anziana vota in massa e quella giovane diserta progressivamente le urne, è una società che ha già scelto, senza averlo mai dichiarato, di sacrificare il proprio futuro al proprio presente. Il debito pubblico è la forma contabile, sterilizzata, presentabile, di questa scelta. Il punto, alla fine, è che la classe politica non è il colpevole del declino italiano: ne è il contabile. Registra le partite, firma le ricevute, presenta il bilancio. I veri firmatari del debito sono altri, sono dappertutto, e non si vedono perché coincidono con noi. Scaricare il proprio benessere sui non-nati non costituisce semplicemente unoperazione di tesoreria. Costituisce una scelta politica ultrareazionaria e trasversale all’arco dellofferta partitica.

Aggiornato il 07 maggio 2026 alle ore 11:13