Trentaquattro anni dopo l’inferno di via D’Amelio, la ferita della famiglia Borsellino non solo non si è rimarginata, ma continua a pulsare di una verità amara, raccolta e rilanciata dalle colonne de Il Giornale.
Le parole di Manfredi Borsellino, oggi commissario di Polizia, non sono semplici dichiarazioni: sono fendenti che squarciano il velo di una retorica istituzionale spesso troppo compiacente. Quando Manfredi parla, non lo fa solo come figlio di un martire, ma come un servitore dello Stato che ha scelto di restare nel cono d’ombra dell’umiltà, osservando con dignità il circo mediatico e giudiziario che troppo spesso ha calpestato la memoria di suo padre.
L’interrogativo che sorge spontaneo, guardando alla schiena dritta dei figli di Paolo ˗ Lucia, Manfredi e Fiammetta ˗ è se l’Italia “perbene” possa davvero permettersi il lusso della neutralità. Schierarsi con loro non significa solo onorare una divisa o un nome celebre, ma abbracciare una battaglia di civiltà contro il depistaggio più grave della storia repubblicana.
Manfredi ha spesso ricordato come la sua famiglia sia stata lasciata sola, non dalla gente comune, ma da quei “pezzi di Stato” che avrebbero dovuto proteggere Paolo e che, dopo la sua morte, hanno permesso che la verità venisse inquinata da falsi pentiti e silenzi complici.
C’è una profonda differenza tra il culto dell’eroe da cartolina e il sostegno a una famiglia che ha scelto la via del riserbo anziché quella del protagonismo politico.
Manfredi Borsellino incarna quell’antimafia dei fatti che rifugge i palcoscenici. Le sue parole, riportate con vigore dalla stampa, denunciano una solitudine istituzionale che fa male.
Come si può restare indifferenti davanti alla dignità di chi, nonostante il tradimento subìto da una parte delle istituzioni, continua ogni giorno a indossare quella stessa divisa per onorare il giuramento fatto al Paese?
Paolo Borsellino è l’eroe laico di una nazione intera, un simbolo di integrità che non appartiene a una fazione, ma al Dna morale dell’Italia.
La questione sollevata dai figli del giudice riguarda la tenuta democratica del nostro sistema. Se il sacrificio di un uomo che sapeva di essere un “morto che cammina” viene celebrato solo con corone di fiori il 19 luglio, mentre le sue istanze di giustizia restano inevase, allora la memoria diventa una farsa.
Manfredi, con la sua fermezza, ci ricorda che la lotta alla mafia non è un capitolo chiuso nei libri di storia, ma una ferita aperta che richiede una presa di posizione netta.
L’Italia onesta ha il dovere morale di fare scudo attorno a questi figli, perché in loro risiede l’ultimo baluardo di una verità che molti vorrebbero veder sbiadire.
Non è solo una questione di affetto o di memoria storica; è una chiamata alla responsabilità. Sostenere le posizioni di Manfredi Borsellino significa pretendere che la nebbia su via D’Amelio si diradi definitivamente. Significa rifiutare l’antimafia di facciata e scegliere la coerenza del silenzio operoso. Paolo Borsellino diceva che “la paura è normale che ci sia, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio”.
Oggi, quel coraggio è nelle mani dei suoi figli, e l’Italia che si professa civile non ha altra scelta se non quella di camminare al loro fianco, senza esitazioni e senza ambiguità.
Aggiornato il 18 aprile 2026 alle ore 10:14
