L’eterna retorica

Un effetto psicologico-sociale, l’effetto Panurge, simile al più noto bandwagon che credo sia ben noto ai sondaggisti, dovrebbe essere tenuto in conto anche da chi commenta i fatti elettorali. Si tratta del fenomeno, intuitivo e ormai ben convalidato dalla ricerca sociologica, per il quale quando gli individui percepiscono un orientamento maggioritario nei riguardi di una iniziativa sulla quale, come per un referendum, sono chiamati a esprimere un sì o un no, se non hanno convinzioni ferree e razionalmente motivate, finiscono per votare come secondo loro voterà la maggioranza. Parliamo della nuova, ennesima retorica sui giovani che, a quanto pare, avrebbero dato un certo contributo alla vittoria delNo” al recente referendum. Costoro vengono osannati, soprattutto, e ovviamente, dalla sinistra per la loro “sensibilità democratica”, la “difesa della indipendenza della magistratura” e, alla fine, della stessa Costituzione.

In realtà, le cause della sconfitta del “Sì” sono ben più numerose e alcune di esse sono classiche come quella che, presumibilmente, ha determinato il risultato referendario: il disinteresse da parte di vaste porzioni della borghesia ma anche la difficile valutazione della riforma da parte di vaste aree di elettori. In effetti, mentre nel recente referendum ha votato quasi il 59 per cento degli aventi diritto, nel referendum sul divorzio del 1974 aveva votato l’87,7 per cento e in quello sul nucleare del 1987 il 65,1 per cento. Anche in quei casi, soprattutto nel secondo, la valutazione non era facile ma era facilmente sintetizzabile, mentre in quello di una settimana fa la sintesi non era proprio alla portata di tutti. Su questo punto andrebbe proposta una seria discussione poiché è del tutto evidente che, mentre per il nostro Codice penale l’ignoranza della legge non è ammessa, pare che sia del tutto normale, per un elettore, ignorare il contenuto di una legge, o una riforma, proposta al suo giudizio.

A rendere semplice e motivante la valutazione hanno però pensato i difensori del “No”, i quali, piuttosto disinvoltamente, hanno indicato alle masse un pericolo drammatico divenuto la “verità” per molti fra coloro che amano l’idea di una giustizia indipendente: il controllo politico sulla magistratura. È bastato ripeterlo in continuazione, senza dimostrarlo tecnicamente, ed ecco fatto: giovani e meno giovani hanno pensato che fosse bene unirsi in massa e votare coralmente “No”, inducendo gli incerti a farla breve e a unirsi al gregge. Proprio come le pecore di Panurge in Gargantua e Pantagruel. Perciò i giovani, quanto meno quelli che hanno votato, propensi per natura a opporsi a “chi comanda” – in particolare se a farlo è la destra – non hanno nemmeno preso in considerazione il “Sì”.

Il guaio è che, temo, non hanno nemmeno preso in considerazione il testo della riforma limitandosi a votare sulla spinta degli slogan dei partiti di sinistra i quali, peraltro, avevano finalità del tutto diverse avendo di mira il Governo, per nulla realmente preoccupati dalla separazione delle carriere dei magistrati. Dunque è sicuro che i giovani di cui stiamo parlando non erano, come in mille altre occasioni, “i” giovani italiani bensì una sola parte, quella dei giovani della sinistra italiana. Non che questo cambi la sconfitta dei “Sì”: più semplicemente dimostra ancora una volta che in Italia la “cultura del no” si diffonde consistentemente e rapidamente, nelle teste e nelle piazze, tanto più quanto più a manovrare la propaganda è una tradizione politica che per la destra, inclusa quella liberale, non ha alcuna tolleranza. Qualsiasi cosa proponga.

Aggiornato il 30 marzo 2026 alle ore 09:39