Ormai è evidente il “No” abbia prevalso perché il popolo non si è sentito considerato da governo e partiti di maggioranza. Questo non significa che la gente non avverta il senso d’ingiustizia che pervade l’Italia. Un senso d’ingiustizia diffuso che, dalle aule dei tribunali passando per uffici pubblici e banche, ha trasformato gli italiani in paria d’Europa. Gli italiani sono finiti in povertà, ed in nome di politiche che promuovono (o non ostacolano) le “normative europee”, gli obblighi digitali, l’obbligo al dialogo informatico con la pubblica amministrazione, le strettoie su uso del contante e prestiti bancari, le certificazioni varie per ottenere uno straccio di lavoro. Alla gente veniva promesso nel 2022 l’abbattimento d’iniquità ed ostacoli. Ma il presidente del Consiglio è stato assorbito da un tourbillon di tavoli internazionali, europei, statunitensi, mondiali. Tra incontri e trattative sono passati quattro anni: prima con Biden e poi con Trump, quindi con Elon Musk non disdegnando Bill Gates e tutto il contorno di “poteri bancari europei” che sempre minacciano l’Italia e tutti i popoli dell’Ue. Alla fine, Giorgia Meloni non ha trovato ancora il tempo ed i modi per pensare alla gente italiana: probabilmente ora lo farà, o tenterà di farlo.
Del resto, tutti i governanti europei reputavano con certezza (almeno fino a poco fa) fosse ormai compiuta la “fine della storia”, prendendo per prassi incontrovertibile la teoria del politologo Francis Fukuyama: secondo il filosofo, con la caduta del Muro di Berlino e la vittoria della democrazia liberale sul comunismo, l’evoluzione ideologica e politica dell’umanità avrebbe raggiunto il suo apice.
Secondo Fukuyama il modello liberaldemocratico era assurto negli anni ‘90 del Novecento a forma definitiva di governo umano planetario. La teoria di Fukuyama ha fatto ritenere a tantissimi leader occidentali che per governare sarebbe sufficiente l’appoggio degli Usa o dell’Ue in Europa, al punto di far passare in subordine il consenso in patria. Una sorta di conclusione dell’evoluzione dei sistemi di governo. Quel senso che, per governare, basterebbe avere dalla propria chi governa il capitalismo di mercato condizionando la democrazia liberale. Probabilmente c’è stato un distorto recepimento del pensiero di Fukuyama: il pensatore probabilmente rappresentava la “fine della storia” intesa spegnersi dello scontro tra le grandi ideologie nate tra ‘800 e ‘900.
Fukuyama non ha mai alluso ad una sempiterna forma di governo dell’umanità, nel senso di fine dei giochi politici, degli imprevisti, del mistero, degli ideali, delle spiritualità che pervadono l’uomo fin da suo sorgere dalla caverna.
Anzi, una diffusa autocoscienza di libertà ha trasformato, soprattutto dal 2019 ad oggi, ogni cittadino in soggetto di forte critica politica. Dopo le crisi da pandemia, le guerre e l’avanzata della diffusa povertà, la gente chiede ascolto, aiuto, comprensione.
Del resto, l’ascolto degli ultimi è dei grandi politici. È paradossale, ma è gandhiano, il dato di fatto che è più facile ascoltare in silenzio il Papa o un Re o il presidente degli Usa, o un banchiere o un potente della terra, piuttosto che un paria (il gradino più basso dell’umanità).
L’India è oggi ancora la prova vivente di come la storia non sia affatto morta. La sua vita quotidiana dimostra ancora che non è venuta meno la spiritualità, che si trasmette anche con le leggende popolari.
La vita del Mahatma è contornata e costruita anche su tante leggende popolari: molte sono giunte a noi tramite Devdas Gandhi, suo quarto e ultimo figlio, che nella vita è stato un noto giornalista indiano; aveva seguito il movimento fondato dal padre, dedicando la propria vita alla raccolta di documenti e testimonianze.
Devdas non nascondeva emozione nel narrare il grande viaggio in treno del Mahatma per conoscere la vera India. Gandhi decideva di percorrere il paese in lungo e largo, villaggio dopo villaggio. Un immergersi spirituale e politico nella millenaria anima indiana per conoscerne atavici bisogni di un popolo. Un viaggio forse durato l’intera esistenza politica di Gandhi, per conoscere la condizione dei villaggi come delle enormi città. Gli inglesi capivano che ormai Gandhi era diventato un simbolo, quindi tentavano di portarlo dalla loro parte: il politico non era certo gestibile da Londra. In un convegno, alla presenza di lord Mountbatten, non esitava a confutare il pensiero britannico, che già allora predicava la fine dello Stato turco come della Russia (anche Unione Sovietica). “L’Impero ottomano deve sopravvivere − esclamava Gandhi − come tutti gli Stati che si dimostrano strumento di ostacolo all’egemonia britannica”. Lord Mountbatten rispondeva con un mezzo sorriso di circostanza.
Leggenda vuole, come episodio che dimostra la propensione di Gandhi all’ascolto, che il Mahatma abbia soggiornato a lungo in Rajasthan. La gente del posto lo aspettava con gioia, soprattutto i ricchi e importanti sostenitori della causa indiana. Attendevano da tempo il passaggio di Ghandi, e lo volevano fotografare come ospite nelle loro belle case e fabbriche. Ma lui prima di tutto prestava ascolto agli ultimi. Al suo arrivo in Rajasthan, oggi Stato federato più grande dell’India, si dirigeva verso il tempio di Karaṇī Mātā, per ascoltare colui che curava i topi sacri. Dava così retta per ore alle parole del paria dei paria, e prima di prestare ascolto agli altri; ai ricchi indiani che già parlavano di incarichi nell’India che s’avviava al tramonto del colonialismo britannico. La sua attenzione andava ai paria, agli ultimi delle caste più basse dell’India.
Ecco perché c’è da credere che il “No” non abbia nulla a che fare con la bocciatura della riforma della giustizia, che la gente nemmeno ha letto, piuttosto sia stata la reazione di milioni di paria dimenticati o torturati dallo Stato italiano.
Aggiornato il 26 marzo 2026 alle ore 16:35
