Tanto manca il rispetto quanto abbonda la diffidenza, in Italia. La burocrazia è fondata sulla diffidenza. Il fisco idem. Stato e cittadini diffidano l’uno degli altri. Viviamo in una Repubblica di certificazioni. La carta tiene le veci della lealtà e della fiducia.
Sono decenni che ogni nuovo governo istituisce, sebbene con nomi variati, un ministero per riformare i ministeri, tagliare le scartoffie, semplificare le funzioni amministrative. Immancabilmente, nonostante la bravura e la volontà del ministro, quando pure esistano, il risultato è opposto alle intenzioni: più complicazioni, più inefficienza, più personale, più procedure. L’amministrazione pubblica assomiglia ad un’imponente industria per la produzione di carta a mezzo di carta, però da non confondere con il virtuoso riciclaggio della cellulosa. Parliamo di sprechi di tempo, denaro, energia.
Succede che allo sportello dell’anagrafe comunale vi chiedano la carta d’identità per rilasciarvi un certificato. Oppure che il fisco, ogni anno che Dio manda, vi obblighi, sì vi costringa, sotto pena di commettere evasione, a redigere la lista dei redditi degli immobili posseduti, redditi e immobili che il fisco stesso conosce perché li cataloga per legge in un suo apposito registro pubblico chiamato catasto. Ovvero, ancora, v’imponga di dichiarare le retribuzioni corrispostevi da un datore di lavoro che mese per mese le ha già tosate dell’imposta versandola all’erario.
Il fisco non solo preleva e incamera il denaro dei contribuenti, ma gode nell’infliggere loro il tormento della denuncia e il terrore degli errori. La denuncia dei redditi non è, come dovrebbe, l’atto con cui il cittadino legittima lo Stato, ma una corvée feudale, non solo nel senso che il contribuente lavora quasi mezz’anno per mantenere apparati pubblici dai quali ricava più svantaggi e fastidi che benefici e agevolazioni, ma anche nel senso che deve impiegare giornate di lavoro, triboli, parcelle per eseguire la prestazione dovuta.
Per quale motivo lo Stato e le leggi sono intrisi di sospetto verso i cittadini? Non è forse paradossale, oltre che ingiustificabile e controproducente, dubitare in fondo di sé stessi? Potrebbero andare diversamente le cose? Sì e no. Chi legifera ed organizza gli apparati pubblici ha in mente le sue regole di condotta, riflette una realtà di cui è parte e della quale non si fida, come gli altri diffidano di lui. Una cautelosa malignità, non l’onesta affidabilità, è la sua stella polare. La sua natura sociale è stata forgiata da un contesto di relazioni e consuetudini che portano ad una conclusione univoca. Sa che la giustizia non premia chi fa affidamento sulle leggi e sugli uffici.
La giustizia regge una bilancia sbilenca e una spada smussata. È pigra, svogliata, inefficace, salvo per i grandi crimini o da prima pagina. Ed esiste pure un’altra ragione, forse meno profonda, tuttavia del pari stringente. Chi esercita un potere, tende inevitabilmente a scaricare sul prossimo gli oneri che vi sono per necessità connessi. In altre parole, cerca di schivare le responsabilità e caricarle sulle spalle del cittadino che non può scrollarsele di dosso perché giace in una posizione di oggettiva ricattabilità. Sono sempre ripugnanti lo Stato e i suoi agenti che profittano della debolezza delle persone che al contrario dovrebbero sovvenire. Nell’azione di regolamento dei confini tra doveri pubblici e diritti privati, i politici e i funzionari sono tenuti ad autolimitarsi. Invece, scaricano sui postulanti tutto il possibile. In luogo di agevolare e cooperare, ingaggiano una lotta e trattano i malcapitati alla stregua di truffaldini sfruttatori. Retaggio di un’atavica sudditanza verso l’autorità, questo impari rapporto tra cittadini e potere è difficile da riequilibrare secondo il corretto canone liberale.
Qualcosa, purtuttavia, si muove. Esistono eccezioni lodevoli, che devono essere sottolineate non solo in quanto tali, ma per il loro valore esemplare, che dimostra la possibilità e la semplicità di stabilire relazioni affabili e collaborative tra funzionari e cittadini, e che dimostra inoltre l’inescusabilità di ogni assetto istituzionale basato sui sospetti, la sfiducia, la sottomissione: in buona sostanza, su una condizione legale o fattuale per cui il cittadino non è il fine, ma uno strumento, dell’azione pubblica. L’online, nonostante gl’imponenti progressi indotti nel funzionamento degli apparati pubblici, nondimeno ha comportato la loro separatezza rispetto a vasti strati di cittadini che non trovano più impiegati in carne ed ossa con cui interloquire per risolvere i loro problemi. Senza dire che i siti sono spesso organizzati come autentici rompicapo, che esasperano ed allontanano gli utenti piuttosto che agevolarli e avvicinarli alle novità della rete, anche i più volenterosi, capaci, ben disposti verso le sue diavolerie. Internet a questo dovrebbe anche servire, a superare l’atavica diffidenza tra potere pubblico e aspettative individuali; a risolvere i problemi burocratici senza muoversi da casa e senza spese a carico; a stabilire tra amministratori e amministrati una relazione semplice, efficace, rispettosa; a instaurare uno Stato amico che ti tratta da cliente anziché utente. Finora, purtroppo, una rarità.
Aggiornato il 23 marzo 2026 alle ore 10:29
