In questi giorni si fa un gran parlare del diritto internazionale, trascurato dall’intervento americano in Iran così come, quattro anni fa, dalla Russia in Ucraina e molte altre volte nel secolo scorso, dall’invasione tedesca della Polonia nel 1939 a quella irachena del Kuwait nel 1990. E si potrebbe continuare. È del tutto evidente che il diritto internazionale non funziona e che il sogno del filosofo Ugo Grozio il quale, nel secolo XVII, aveva inaugurato la lunga stagione del tentativo di regolare i rapporti politici e i conflitti armati fra gli Stati, è rimasto largamente tale. Tutti gli analisti sono concordi nel ritenere che la debolezza intrinseca del diritto internazionale è dovuta principalmente alla mancanza di un organo che sia in grado di infliggere sanzioni ai Paesi trasgressori e l’Onu, da parte sua, non ha alcun potere reale in merito, come dimostra, fra l’altro, la decisiva presenza sia della Russia sia degli Usa fra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.
D’altra parte, al di là di tutto questo, sussiste un problema, difficilissimo da risolvere in termini legali universali, che investe la logica più che il diritto e ha a che fare con il carattere monco del diritto internazionale. In ogni Paese civile il diritto penale riguarda i reati addebitati ai singoli individui non solo nelle loro attività e relazioni attuate in luoghi pubblici, come una strada, un locale o un treno, ma anche in luoghi privati, come all’interno della propria famiglia e della propria abitazione. Questo perché la legge fa riferimento all’intero territorio nazionale e, dunque, anche alle abitazioni private. Al contrario, il diritto internazionale, può agire, sebbene senza poter infliggere condanne effettive, solo su ciò che gli Stati (l’analogo degli individui) fanno all’esterno, in relazione fra di loro ma, non su ciò che fanno all’interno (l’analogo dell’abitazione privata). Ad impedirlo è il principio di sovranità, che generalmente si fa risalire ai trattati di Westfalia del 1648 al termine della famosa guerra dei 30 anni, che stabilisce ciò che del resto era nei fatti da sempre, ossia la piena insindacabilità della politica interna degli Stati. Per questo l’Onu si trova a dover accettare fra i suoi membri, con piena autorità di voto, sia Paesi democratici sia Paesi retti da dittature, a fondamento sia religioso sia laico.
Peraltro, non solo in termini logici ma anche istituzionali, persino l’Onu in qualche occasione ha autorizzato l’intervento armato contro uno Stato colpevole di verificati reati di sopraffazione, politica e fisica, nei riguardi del suo stesso popolo. Basti pensare al caso della Libia nel 2011, quando la decisione delle Nazioni unite fu presa sulla base della violazione del principio di “protezione della popolazione” da parte di uno Stato che mostri di attuare politiche violente sui propri cittadini. Ci si può allora chiedere perché mai questa condotta non sia attuata da parte dell’Onu anche in altre occasioni, come quando, ripetutamente negli ultimi anni, la popolazione iraniana era oggetto di angherie, violenze e stragi da parte dello Stato o come quando nel 1968, Czechoslovak Radio chiedeva aiuto per le violenze sovietiche – altro esempio di lesione del diritto internazionale – lasciando che, poi, la normalizzazione di Gustáv Husák ripristinasse il totalitarismo comunista con relativi arresti, intimidazioni e così via.
La risposta a questa domanda è in parte ovvia e prende le mosse dal fatto, evidente, che la rete reale delle relazioni internazionali e degli interessi che essa rappresenta, prescinde largamente dalla rete formale. Inoltre, i 193 Paesi membri dell’Onu presentano modelli di civiltà e di cultura assai diversi e in buona parte di essi concetti come “libertà” o “democrazia” sono assenti o hanno significati o modulazioni assai diversi dai nostri. Per questo la politica internazionale segue strade del tutto autonome e arbitrarie rispetto a un “codice” troppo generico e francamente inapplicabile. È dunque comprensibile che gli interventi militari avvengano per finalità di varia natura in cui valori umani e interessi concreti inducano azioni, magari dall’esito incerto, ritenute inevitabili. Vladimir Putin ha ritenuto giunto il momento di regolare i conti con un Paese sostanzialmente libero, democratico e orientato verso l’Occidente come l’Ucraina mentre Donald Trump ha ritenuto giunto il momento di mettere in condizione di non nuocere un Paese sanguinario e governato da autocrati anti-occidentali come l’Iran. Ognuno scelga quel che preferisce. Va comunque osservato che, in ambedue i casi, l’esito potrebbe deludere o persino peggiorare le cose, pur essendo sicuro che, stando alle regole incerte del diritto internazionale e al comportamento fiacco e ondivago dell’Onu, non andrebbero molto meglio.
Aggiornato il 16 marzo 2026 alle ore 10:50
