Quando l’Anm bocciò la Superprocura
Dicembre 1991. Mentre la mafia preparava il tritolo per Capaci, nei palazzi del potere romano e nelle assemblee dei magistrati si consumava uno dei tradimenti storici più amari della Prima Repubblica. Al centro della tempesta c’era lui: Giovanni Falcone. Recentemente, la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo ha riportato l’attenzione su un passaggio che molti preferirebbero dimenticare: l’ostruzionismo feroce dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) contro la nascita della Superprocura. Non fu la mafia a dire di no, ma una parte dello Stato e del sindacato delle toghe.
QUELL’INVERNO DEL 1991: UNA GUERRA INTERNA
Perché Giovanni Falcone voleva la Procura Nazionale Antimafia? La sua intuizione era semplice quanto rivoluzionaria: la mafia era un’organizzazione unitaria e verticistica; per batterla, lo Stato doveva smettere di procedere “a macchia di leopardo” e centralizzare le indagini. Tuttavia, il dicembre 1991 segnò il culmine di una resistenza corporativa senza precedenti. Ecco cosa accadde: l’Anm e diversi esponenti del Csm temevano che la Superprocura creasse una gerarchia rigida, ledendo l’autonomia dei singoli magistrati. Giovanni Falcone venne dipinto come un magistrato “affamato di potere”, un uomo che voleva farsi “sceriffo”. Proprio in quel periodo, le correnti della magistratura misero nero su bianco dubbi e critiche che di fatto miravano a depotenziare lo strumento voluto da Falcone e dal Ministro Claudio Martelli.
PERCHÉ LE PAROLE DI CHIARA COLOSIMO SCUOTONO IL PRESENTE
La ricostruzione della presidente Colosimo non è un semplice esercizio di nostalgia storiografica. È un monito politico e civile per tre ragioni fondamentali:
1) Il mito di Falcone vs. la realtà: oggi tutti celebrano Falcone come un eroe nazionale, ma i documenti del 1991 ci ricordano che in vita fu osteggiato, delegittimato e votato contro dai suoi stessi colleghi.
2) Il correntismo: la critica della Colosimo mette a nudo il peso delle “correnti” nella magistratura, un tema che ancora oggi infiamma il dibattito pubblico e le riforme della giustizia.
3) La memoria selettiva: ricordare il no dell’Anm serve a capire che la lotta alla mafia non è mai stata un fronte unito, ma un terreno di scontro dove il “fango” arrivava spesso da chi avrebbe dovuto garantire supporto.
4) Falcone non è stato ucciso solo dalla mafia, ma da un isolamento istituzionale che ha preparato il terreno alle stragi. Una verità che oggi torna prepotente nel dibattito parlamentare.
CAPIRE L’OGGI ATTRAVERSO IL 1991
Ricostruire questi passaggi è essenziale per decodificare le tensioni attuali tra politica e magistratura. Quando si parla di riforma della giustizia o di separazione delle carriere, il fantasma di quel 1991 aleggia ancora: la paura del controllo versus l’esigenza di un’efficienza investigativa che Falcone aveva già disegnato trent’anni fa. La storia ci insegna che i grandi innovatori vengono spesso frenati dal sistema che cercano di proteggere. E il “No” alla Superprocura del dicembre ‘91 resta una delle pagine più buie e istruttive della nostra Repubblica.
Aggiornato il 16 marzo 2026 alle ore 11:45
