La Repubblica giudiziaria degli ayatollah

Nel 1979, quando la rivoluzione islamica travolge l’Iran e lo Scià fugge lasciando dietro di sé un impero sbriciolato, Ruhollah Khomeini ha più di settant’anni. È un vecchio in esilio che torna a Teheran come un profeta. Ma più che un uomo è un’idea. E quell’idea è semplice: il potere deve appartenere al giurista islamico. L’ayatollah.

Non al popolo, che sbaglia. Non ai politici, che tradiscono. Non alla storia, che si muove a caso. Al giurista. All’ayatollah. A colui che sa leggere la legge di Dio come si legge una mappa del destino.

La chiamano velayat-e faqih. Governo del giurista. Un sistema in cui la guida suprema non è soltanto un capo politico, ma il custode della verità. L’unico autorizzato a interpretare la legge di Allah e a tradurla in potere terreno.

Se si guarda bene, sotto il turbante dell’ayatollah si nasconde una vecchia conoscenza della filosofia occidentale: La Repubblica di Platone. Anche lì il potere appartiene a chi sa. Non al cittadino qualunque. Non alla folla. Ma al filosofo. All’uomo che ha contemplato il vero e quindi ha il diritto, o il dovere, di governare.

Il filosofo-re, l’ayatollah-giurista. Cambiano le parole, non l’idea: qualcuno deve guidare gli altri perché vede ciò che gli altri non vedono. È una tentazione antica quanto il potere. E ogni tanto riaffiora anche nelle democrazie più distratte.

In Italia, per esempio, da trent’anni si aggira una convinzione curiosa: che esista una corporazione moralmente superiore alle altre. Un ordine sacerdotale laico. Non porta il turbante ma la toga. Non interpreta il Corano ma il Codice penale. Eppure l’atteggiamento, a volte, sembra lo stesso: noi sappiamo, quindi noi guidiamo.

Quando ascolti certi magistrati hai la sensazione che non parlino da servitori dello Stato ma da custodi della virtù. Come se la giustizia fosse una vocazione morale prima che una funzione istituzionale. Come se la legittimazione non venisse dalla legge ma dalla purezza.

È la sindrome del depositario della verità. Le parole e i toni di alcune figure della magistratura raccontano proprio questo clima. Non sempre, certo. Non tutti. Ma abbastanza spesso da far intravedere un’idea pericolosa: che la magistratura non sia uno dei poteri dello Stato, ma il potere moralmente superiore agli altri.

In una democrazia liberale questo è il primo errore. E anche il più grave. Perché la libertà nasce da un principio molto semplice: nessuno possiede la verità assoluta. Nessun potere è abbastanza puro da non avere bisogno di limiti. Nessuna istituzione può trasformarsi in coscienza morale della nazione.

Per questo il referendum del 22 e 23 marzo sulla giustizia non è una battaglia tecnica tra giuristi. Non è un dettaglio da addetti ai lavori. È qualcosa di più elementare. È il tentativo di ricordare che in uno Stato libero non esistono ayatollah civili. La riforma non distrugge la magistratura. Non la indebolisce. Non la umilia. Fa esattamente il contrario: la riporta dentro l’equilibrio dei poteri, là dove dovrebbe stare da sempre.

È una riforma liberale. Niente di eretico. Semplicemente l’idea che la democrazia non abbia bisogno di sacerdoti della verità. Ma di istituzioni che si controllano a vicenda. E forse, per un Paese che da troppo tempo confonde la giustizia con la morale e la politica con la redenzione, è già una piccola rivoluzione.

Aggiornato il 11 marzo 2026 alle ore 10:41