La riforma della giustizia come battaglia per la libertà

“Chi controlla la polizia? La controlla la magistratura. E chi controlla la magistratura? Non esiste un potere senza un controllo”. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, al termine del Consiglio dei ministri di ieri che introduceva nuove norme sulla sicurezza degli italiani è chiaro e nelle sue parole c’è molto più di una spiegazione tecnica di una riforma costituzionale. C’è una visione politica precisa dello Stato liberale e un nodo irrisolto della democrazia italiana: il problema del potere che si autolegittima e si autocontrolla.

Da più di trent’anni la magistratura italiana vive dentro un paradosso. È giustamente indipendente dal potere politico, ma di fatto è sempre più dipendente da se stessa, dalle sue correnti organizzate, dai suoi equilibri interni. Il Consiglio superiore della magistratura, nato per garantire autonomia e terzietà, si è progressivamente trasformato – lo hanno dimostrato scandali e intercettazioni – in un luogo di contrattazione, di appartenenza, di carriere costruite non sul merito ma sulla fedeltà. Una “giustizia domestica”, per usare l’espressione di Nordio, che finisce per minare la fiducia dei cittadini.

Il punto politico è semplice: non esiste democrazia senza controllo del potere. È una lezione che viene da lontano, da Montesquieu a Karl Popper, e che l’Italia ha spesso dimenticato. Popper lo diceva con chiarezza: la domanda giusta non è “chi deve comandare?”, ma “come possiamo impedire che chi comanda faccia troppo danno?”. La democrazia non serve a scegliere uomini migliori, ma a limitare gli effetti degli uomini peggiori. E questo vale per ogni potere, nessuno escluso.

In questo quadro si inserisce la riforma della giustizia che introduce la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Non è una riforma contro i magistrati, come certa retorica corporativa vorrebbe far credere. È una riforma per i cittadini. Serve a restituire garanzie di libertà e di democrazia a chi oggi si trova spesso schiacciato da un potere giudiziario percepito come opaco, autoreferenziale, talvolta politicizzato.

La separazione delle carriere è un passaggio decisivo. In tutti i sistemi liberali maturi, chi accusa e chi giudica non appartengono allo stesso corpo, non condividono lo stesso percorso professionale, non sono legati dallo stesso circuito di avanzamenti. Questo non per sfiducia personale, ma per un principio strutturale: chi esercita l’azione penale non può essere culturalmente e istituzionalmente sovrapposto a chi deve valutare quella stessa azione. È una garanzia per l’imputato, ma anche per il giudice, che torna ad essere percepito come realmente terzo.

Allo stesso modo, l’Alta Corte disciplinare rompe un tabù che in Italia è durato decenni: l’idea che la magistratura possa essere controllata solo dalla magistratura. È qui che le correnti hanno costruito il loro potere occulto, gestendo carriere, trasferimenti, incarichi direttivi. Un potere non scritto, ma efficacissimo, che ha tenuto sotto scacco l’istituzione e l’ha esposta a una lenta erosione di credibilità. Introdurre un controllo esterno non significa violare l’autonomia della magistratura: significa sottrarla alla sua degenerazione corporativa.

Chi si oppone a questa riforma spesso lo fa in nome di un principio astratto: l’indipendenza assoluta. Ma un’indipendenza senza responsabilità non è libertà, è arbitrio. Un potere che non risponde a nessuno, che si autoassolve e si autopromuove, non è un presidio democratico: è una zona franca. Ed è proprio contro queste zone franche che nasce lo Stato di diritto.

La battaglia sulla giustizia, dunque, non è tecnica né settoriale. È una battaglia politica nel senso più alto del termine, perché riguarda l’equilibrio tra i poteri e la tutela dei diritti fondamentali. Riguarda il cittadino comune, che deve sapere di non essere alla mercé di un sistema chiuso e impermeabile. Riguarda la democrazia, che vive solo se nessun potere può considerarsi intoccabile.

Dopo trent’anni di correnti, veti incrociati e ipocrisie, la riforma proposta dal governo segna una discontinuità. Non promette una giustizia perfetta, perché quella non esiste. Promette qualcosa di più realistico e più prezioso: una giustizia più controllabile, più trasparente, più compatibile con una visione liberale.

Come insegna il professor Dario Antiseri: “Pluralismo è scelta; scelta è libertà; libertà è responsabilità”. È proprio per questo motivo che al referendum di marzo l’Italia sarà chiamata a una scelta di democrazia, contro lo strapotere di chi a volte si è mostrato terribilmente irresponsabile.

Aggiornato il 06 febbraio 2026 alle ore 10:47