Guerra, trattati e basi italiane

È difficile per la gente comune comprendere fino in fondo le ragioni di una guerra. Il più delle volte il potere cerca di ammantare l’impresa di nobili e ideali finalità. Le guerre fino agli albori dell’epoca industriale sono state combattute dall’uomo per la conquista di nuovi territori e ricchezze. Da fine ‘800, con il pianeta ormai diviso in zone d’influenza, le guerre sono quasi sempre scoppiate per scongiurare che trattati e contratti divenissero carta straccia. Parigi è tra le sedi preferite per siglare o rinnovare trattati tra stati e contratti tra grandi gruppi economici: varie le motivazioni alla base, ma è il caso di concentrarci su come un territorio rimanga nei secoli vincolato ad una potenza militare straniera. Spesso si sente dire che l’Italia è legata, che deve attenersi al Trattato di Parigi, ma si dimentica di elencare quanti trattati sono stati siglati nella capitale francese, soprattutto quante nazioni restano sempiternamente vincolate a quei trattati. 

La Francia è ritenuta da Londra e Washington una sorta di giusta distanza politica tra Usa e Gran Bretagna: questa autorevolezza terza nel sistema occidentale nasce dalla speciale collaborazione tra Giorgio Washington e il generale Lafayette; col tempo Londra, ridimensionatasi in potere e ricchezza, ha sempre più accettato questa consuetudine. Che diventa prassi consolidata dopo la guerra ispano-americana, quando Guantánamo diventa territorio Usa. All’inizio era semplicemente una base per la flotta statunitense, che vi trovava riparo nel 1898 per avverse condizioni meteorologiche. L’occasione permetteva ai marines imbarcati di scendere sull’isola caraibica, quindi di espugnare le postazioni spagnole: pochi mesi dopo, nel dicembre 1898, veniva sancita la sconfitta e la fine dell’impero spagnolo. La Spagna firmava il 10 dicembre a Parigi la cessione agli Usa di Porto Rico, Guam, Filippine, e poi il pagamento di danni per milioni di dollari. L’impero spagnolo si ritirava così da ogni disputa internazionale, mettendo per iscritto le basi della sua futura neutralità. Neutralità che mantenne sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale, rivendicando sempre quanto aveva firmato nel 1898 alla presenza di William Day, diplomatico di fiducia del presidente Mc Kinley e del suo vice Theodore Roosevelt. Posizione da cui la Spagna non deflette, ed ha le carte in regola per farlo: da qui deriva la posizione del primo ministro Pedro Sánchez. 

Ne consegue che la Spagna può benissimo negare che dalle basi Nato di Cadice, Siviglia, Cartagena e Palma di Maiorca partano aerei e navi per azioni di guerra. Lo stesso discorso vale per il Portogallo e la Francia.

La musica cambia per le basi Usa in Italia e in Germania che, pur non derivando direttamente dai Trattati di Parigi del 1947, di fatto ne sono diretta conseguenza; al punto che gli Usa ne hanno una facoltà d’utilizzo per certi versi simile al territorio cubano di Guantánamo. Infatti, le basi vennero imposte come conseguenza delle clausole di pace, e insieme alle limitazioni militari all’Italia. Poi l’utilizzo Usa è stato incrementato dai successivi accordi bilaterali Usa e Nato: nello specifico il cosiddetto “Accordo Ombrello” del 1954; firmato come chiara conseguenza di quello di Parigi del ‘47, ed a seguito dell’adesione dell’Italia alla Nato nel 1949. Ecco che insistono in Italia 100 basi e circa 30 strutture operative Usa e Nato: le principali le conoscono un po’ tutti, e sono ad Aviano, Sigonella, Napoli e Vicenza. L’Italia è tuttora reputata “nazione soccombente” in base al Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947. L’Italia sconfitta di ieri è pari a quella di oggi per restrizioni militari, industriali ed economiche. La presenza militare americana non va assolutamente confusa con quella che si è sviluppata dagli anni ‘50, e in cambio di aiuti per la ricostruzione: le due cose camminano parallele, e solo una volta si sono sommate, quando intelligence militare e finanziaria hanno deciso di liquidare Bettino Craxi e la Prima Repubblica.

Ricordo come fosse ieri le parole di Francesco Cossiga: “Gli americani volevano arrestare Craxi, poi, anche per evitare uno scontro tra Carabinieri e Marines, optarono per la via giudiziaria”. Ne consegue che solo per una formale correttezza istituzionale possono chiederci il permesso di usare l’Italia come avamposto, come base per operazioni di guerra. In base agli “Accordi Regolatori” (Bilaterale Italo-Americano del 20 ottobre 1954) le basi non godono di extraterritorialità ma nei fatti è come se fosse territorio Usa: un comandante italiano è sempre presente per salvare la forma, ma il comando operativo è statunitense.

L’Italia ha le principali basi per Mediterraneo e il Medio Oriente (per noi Vicino Oriente): Sigonella che è base sia aerea che navale; Aviano nel Friuli-Venezia Giulia già usata per la Jugoslavia, la Base aeronautica Usaf di Vicenza, le Caserme Ederle e Del Din, a Napoli c’è Capodichino (Comando Forze Navali e Marines).

Le armi nucleari Usa sarebbero più di 50 ordigni suddivisi tra Aviano e Ghedi: gestiti sempre formalmente con il “sistema della doppia chiave”, ma di fatto il controllo è per trattato degli Usa. Il consenso italiano sull'uso delle basi, che probabilmente dovrebbe spettare al Parlamento, è di fatto un atto solo formale.

Perché la presenza di basi in Italia è un elemento centrale della strategia Nato in Europa, quindi il potere di veto verrebbe comunque scavalcato. Necessiterebbero nuovi trattati parigini per ottenere agi spagnoli in materia di neutralità, ma dovremmo trovare validi argomenti per arginare eventuali pretese di Usa, Gran Bretagna e Francia.

Aggiornato il 06 marzo 2026 alle ore 15:35