Il dibattito politico in Italia da molti decenni ruota intorno a un colossale equivoco, ovvero che la stabilità del sistema dipenda soprattutto dalla legge elettorale. Che le norme siano state cambiate quattro volte in soli venti anni (tre principali e una riscrittura dopo l’intervento della Corte costituzionale) dovrebbe indurre l’intera classe politica a una seria riflessione sul fatto che le modalità di voto non rappresentino la chiave della governabilità. Gli studiosi dei sistemi elettorali hanno ampiamente dimostrato che le regole con le quali si chiamano i cittadini alle urne non possono creare ciò che non esiste nella realtà politica di un Paese. Già lo storico Roberto Ruffilli – ucciso nella sua abitazione forlivese da un commando delle Brigate rosse nel 1988 – ammoniva che “a una legge elettorale si può chiedere soltanto la traduzione in seggi della volontà espressa dagli elettori e che essa da sola non potrà mai avere la forza per risolvere i problemi legati alla sfera della legittimità politica”. Legittimità (intesa come risultato di un circuito attivo fra governanti e governati) fortemente compromessa in Italia negli anni Novanta, quando si verificò il crollo dei grandi partiti di massa della Prima Repubblica.
Vennero meno, in poco tempo, organizzazioni solide e strutturate, ciascuna portatrice d’interessi e di una originale visione del futuro. La Democrazia cristiana, il Partito comunista, il Partito socialista (insieme ad altre formazioni minori) non erano solo macchine elettorali, bensì entità ben radicate sul territorio e dotate di regole efficienti per la selezione delle classi dirigenti. Si trattava di comunità politico-culturali riconoscibili, senza equivoco alcuno, dal cittadino elettore. Oggi lo scenario è completamento mutato. I partiti non sono più il risultato di visioni collettive o di ricche elaborazioni ideologiche, ma si plasmano intorno alla figura di un leader. Questi diventa il centro e il volto della proposta politica. Le strategie cambiano con la stessa rapidità con cui mutano i sondaggi, in assenza di un disegno di lungo periodo. In tal modo, gli schieramenti finiscono per perdere una cifra programmatica riconoscibile: più che comunità politiche consolidate diventano comitati elettorali permanenti sospesi tra tattica e comunicazione.
La linea del partito smette di essere il frutto di un percorso condiviso, per divenire l’estensione delle scelte (non di rado di tipo umorale) del leader. Finché non si avrà il coraggio di affrontare la crisi dei partiti, le regole del gioco continueranno a essere riscritte a cadenza ravvicinata. Ogni riforma verrà presentata come la svolta decisiva, ogni ritocco come la chiave per sbloccare un sistema inceppato. Purtroppo, sarà solo un’illusione. Cambiare le norme non basta se restano irrisolti i nodi politici che le hanno rese necessarie. Senza organizzazioni stabili, identità riconoscibili e classi dirigenti strutturate anche la migliore architettura istituzionale è destinata a piegarsi alle fragilità della politica. Nondimeno, il vecchio copione – come abbiamo appreso in questi giorni – si prepara ad andare ancora una volta in replica. Si annunciano nuove modifiche, nuovi correttivi, nuove promesse di stabilità. La scena, però, è sempre la stessa: s’interviene sulle regole, mentre il quadro politico resta debole. Si cambia l’abito al sistema, ma i nodi non si sciolgono.
Aggiornato il 02 marzo 2026 alle ore 11:10
