Mentre la politica si sfila i guanti per l’ennesima sfida all’ultimo post, i corridoi dei Tribunali italiani hanno il suono sinistro del vuoto. Da una parte, lo scontro ideologico sul referendum per la giustizia infiamma i social: grafiche accattivanti, slogan al vetriolo tra il “Sì” e il “No”, dirette Instagram sulla separazione delle carriere e la “liberazione” dai lacci della magistratura. Dall’altra, la realtà nuda, polverosa e drammatica di chi la Giustizia deve farla camminare ogni giorno. E la verità è che la giustizia italiana non sta camminando. È ferma, seduta su uno scranno traballante, perché mancano le gambe: i cancellieri.
LA MORTE SILENZIOSA DELLE CANCELLERIE
Non sono i grandi dibattiti costituzionali a determinare la vita di un cittadino, ma un timbro che non arriva, un fascicolo che non viene scaricato, un’udienza che salta perché non c’è chi rediga il verbale. In Italia, il collasso è sistemico. Con l’ombra del 30 giugno 2026 che incombe ‒ data in cui migliaia di addetti dell’Ufficio per il Processo (assunti con il Pnrr) vedranno scadere il loro contratto ‒ i tribunali si preparano a un deserto senza precedenti.
CANCELLERIE CHIUSE AL PUBBLICO: ORARI RIDOTTI A POCHE ORE SETTIMANALI
Processi fantasma, magistrati pronti a decidere, avvocati pronti a discutere, ma manca la figura chiave che attesti la legalità dell’atto. Mentre l’Europa ci chiede di correre, noi restiamo impantanati in strutture dove un solo cancelliere deve gestire il carico di tre o quattro sezioni. “Siamo diventati dei passacarte della disperazione”, sussurra un funzionario amministrativo di un grande tribunale del Nord. “Fuori urlano di riforme epocali, qui dentro preghiamo che la fotocopiatrice non si rompa, perché non c'è nessuno che sappia come ripararla o come autorizzare la spesa”.
LO SCHIAFFO DEI SOCIAL: LA GIUSTIZIA È UN ALGORITMO?
È qui che il dramma diventa farsa. Se aprite TikTok o Facebook, la riforma della giustizia sembra una battaglia tra cavalieri bianchi e neri. La comunicazione politica ha trasformato un problema tecnico e strutturale in un match di pugilato emotivo. La bolla del Sì promette un paradiso di imparzialità e velocità, vendendo l’idea che basti cambiare una norma costituzionale per svuotare le carceri e accelerare i processi. La trincea del No grida all’attentato all’indipendenza, arroccandosi in una difesa che spesso ignora il grido di dolore di chi, nei tribunali, non ha nemmeno la carta per le stampanti.
C’è un abisso incolmabile tra il “sentimento social” ‒ alimentato da sondaggi che vedono il 57 per cento degli utenti favorevole al cambiamento ‒ e la “realtà della polvere”. All’utente che mette like a un post contro le toghe, nessuno spiega che senza il personale amministrativo, anche il giudice più imparziale del mondo rimarrà un monarca senza regno, incapace di emettere una sentenza che sia tecnicamente esecutiva.
UN PAESE IN ATTESA DI GIUDIZIO
Il paradosso è brutale. Ci prepariamo a un referendum che costerà milioni di euro, a una campagna elettorale che consumerà ogni energia mediatica, mentre il “cuore amministrativo” dello Stato smette di battere. Si parla di massimi sistemi, ma non si parla dei concorsi deserti, degli stipendi degli amministrativi giudiziari che sono tra i più bassi d’Europa, della fuga di massa verso ministeri meno “bellici” e più gratificanti. La giustizia non è fatta di codici, ma di persone. Se continuiamo a ignorare chi materialmente tiene in piedi i tribunali, potremo votare tutti i referendum del mondo, ma non avremo cambiato nulla. Avremo solo una giustizia più “moderna” sulla carta, ma tragicamente immobile nella vita dei cittadini. Mentre il dibattito corre sulla fibra ottica, la realtà dei tribunali italiani resta ferma a un faldone ingiallito su una scrivania vuota.
E l’ultimo cancelliere, prima di andarsene, non avrà nemmeno il tempo di spegnere la luce.
Aggiornato il 18 febbraio 2026 alle ore 13:11
