Lo Stato di diritto si basa su dei principi condivisi dalla collettività nazionale, su cui fonda la propria normativa: si tratta dei principi costituzionali.
Tra i suddetti principi fondamentali, emerge in modo tanto apodittico quanto in modo inconfutabile quello sancito al secondo comma dell’articolo 9 della Costituzione italiana: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
Il caso del cosiddetto “Cubo Nero” sembrerebbe porre molteplici dubbi sul rispetto del succitato dettame costituzionale e pertanto nel prosieguo si cercherà di enuclearne le ragioni.
Dunque, un’autorizzazione contestata, una Soprintendenza che denuncia di non aver potuto esprimere formalmente il proprio parere vincolante, sopralluoghi di cui non esiste alcuna traccia ufficiale e una lettera “consegnata a mano”, ma protocollata settimane dopo, sono i motivi principali che non possono non generare diversi dubbi sulla legittimità della condotta assunta dall’Amministrazione comunale di Firenze a tale riguardo.
Perciò, il “Cubo Nero” di Corso Italia si arricchisce di nuovi elementi che non emergono dall’inchiesta della Procura, bensì dai documenti acquisiti attraverso numerosi accessi agli atti dal consigliere comunale della lista Schmidt, Massimo Sabatini.
Infatti, è proprio da quelle carte che prende forma un quadro amministrativo segnato da omissioni, ritardi e rimpalli di responsabilità che sollevano interrogativi sulla regolarità dell’iter autorizzativo.
Il 22 ottobre scorso Palazzo Vecchio ha dato il via libera al progetto, ma la Soprintendenza lamenta di non aver potuto esprimere formalmente il proprio parere vincolante, presupposto essenziale nei procedimenti che incidono su beni e contesti di valore storico-artistico.
Inoltre, agli atti non risulterebbe alcun sopralluogo ufficiale sul cantiere, elemento che appare decisivo alla luce delle prescrizioni poste in precedenza proprio dalla Soprintendenza.
La vicenda assume contorni ancora più problematici se si considera la tempistica delle comunicazioni, in quanto il 25 agosto, solo dopo lo scoppio del caso sulla stampa fiorentina, il Comune scrive alla Soprintendenza chiedendo di “dare notizia circa l’assolvimento delle condizioni alle quali era subordinato il parere favorevole vincolante”.
Una richiesta che appare come un tentativo di ricostruire ex post un passaggio procedurale che avrebbe dovuto essere chiaro e formalizzato prima dell’autorizzazione finale.
La risposta non arriva e il 24 settembre Palazzo Vecchio rinnova la richiesta, sottolineando che non risulta agli atti “alcun elemento utile” a dimostrare che la Soprintendenza abbia adempiuto ai propri compiti.
La comunicazione viene inoltrata anche alla proprietà del Cubo Nero e a questo punto interviene Savills Investment, che l’8 ottobre trasmette un lungo elenco di sopralluoghi che sarebbero stati compiuti dalla Soprintendenza per verificare la campionatura dei materiali e in particolare, il contestato colore “brunito”.
Secondo la società, da tali incontri si evincerebbe un sostanziale via libera di Palazzo Pitti alla soluzione cromatica adottata, anche se quei sopralluoghi non avrebbero avuto carattere ufficiale.
La stessa Soprintendenza, infatti, precisa che è il Comune il responsabile del procedimento e che spetta a quest’ultimo invitare formalmente l’ufficio ministeriale e verbalizzare gli esiti delle verifiche.
In una lettera datata 26 agosto, indirizzata a Palazzo Vecchio e consegnata insolitamente “a mano”, la Soprintendenza afferma che “allo scrivente ufficio non risulta essere mai pervenuto l’invito da parte del Comune per l’effettuazione dei menzionati sopralluoghi”.
Una presa di distanza netta che mina alla base la ricostruzione fornita dalla proprietà e che soprattutto evidenzia un cortocircuito istituzionale.
Pertanto, se non vi è stato invito formale, e se non esistono verbali ufficiali, su quale base si fonda il presunto assenso al colore brunito?
Inoltre, a rendere ancora più opaca la vicenda è la gestione della stessa lettera del 26 agosto, la quale se pure è stata consegnata a mano, è stata comunque verbalizzata in Comune solo il 15 ottobre, ossia a pochi giorni dal via libera del 22 ottobre.
Un ritardo che alimenta il sospetto che il documento sia rimasto per settimane fuori dal circuito formale della protocollazione, sottraendolo di fatto alla piena tracciabilità amministrativa.
In un procedimento che richiede rigore e trasparenza, la mancata o tardiva registrazione di un atto così rilevante rappresenta un elemento inquietante.
Il nodo centrale resta quello del parere vincolante, perché nel sistema di tutela italiano, il parere della Soprintendenza non è un passaggio meramente consultivo, ma una condizione imprescindibile quando si interviene su immobili o contesti sottoposti a tutela.
Quindi, se tale parere è subordinato a condizioni, è necessario che l’amministrazione procedente accerti formalmente l’avvenuto adempimento prima di procedere oltre.
Tuttavia, la sequenza temporale emersa dai documenti suggerisce invece che l’accertamento sia stato sollecitato solo dopo l’esplosione mediatica del caso e non come parte ordinaria del procedimento.
In sostanza, il risultato è un intreccio di comunicazioni tardive, richieste di chiarimento rimaste senza risposta e dichiarazioni contrastanti tra ente locale, Soprintendenza e proprietà privata.
Sullo sfondo resta l’immagine di un edificio che ha già diviso l’opinione pubblica per il suo impatto estetico, ma che ora solleva interrogativi ben più sostanziali, riguardanti il rispetto delle regole, la correttezza dell’iter amministrativo e la tutela effettiva del patrimonio urbano.
Le carte raccolte da Sabatini non sostituiscono le valutazioni della magistratura, ma portano alla luce un deficit di chiarezza che impone risposte.
Perché se è vero che le opere si giudicano anche dal risultato finale, è altrettanto vero che, in uno Stato di diritto, è il procedimento a garantire la legittimità delle decisioni.
Al postutto, nel caso del “Cubo Nero”, quel procedimento appare oggi attraversato da troppe zone d’ombra per poter essere archiviato come una semplice polemica estetica, soprattutto quando potrebbe emergere una grave, e per questo inaccettabile, violazione della Costituzione.
Aggiornato il 10 febbraio 2026 alle ore 12:17
