Magari un giorno, nemmeno troppo lontano, ci renderemo conto di aver perso del tempo in quisquilie partitiche, di aver discusso di scissioni che poi, in fondo, non erano nemmeno tali e che sì, insomma, ci siamo gigioneggiati a “cosare la cosa” senza un minimo di costrutto. Vai a capire se Roberto Vannacci sarà un leader durevole, una meteora politica oppure una caricatura, sicuramente più degna, di un altro generale che calcò palchi e piazze per poi esserne fagocitato. Qualcuno forse ricorderà il mitico (si fa per dire) Antonio Pappalardo. Ecco, per citare un omonimo di quest’ultimo, Adriano, il rischio è di cantare Ricominciamo. Al di là di questo, però, è probabile che abbia ragione il buon Mario Sechi su Libero nel dire che forse il Mondo al contrario è quello di Vannacci, perché se è vero, e lo è, che di preferenze ne prese a iosa durante le ultime Europee, è pur vero che in gran parte gli derivarono dall’essere affiliato alla Lega. Il rischio è quello di assumere le sembianze di un influencer molto sensibile alla protesta e (un po’ meno) alla proposta, da una posizione legata alla destra antagonista, ovvero a pezzi dell’ala radicale della Lega salviniana e sovranista, oltre a quella zona grigia – anzi: nera! – dove pascolano CasaPound e Forza nuova, e a cui si sommano gli scontenti formalmente slegati da appartenenze ideologiche ma sensibili all’immagine dell’uomo forte.
Ma essere influencer, godere di migliaia di like, non è la stessa cosa che prendere voti se poi non hai un partito davvero strutturato alle tue spalle. Il che può apparire un ossimoro nell’era digitale, ma un partito serve davvero: sebbene non vi siano più i movimenti di massa di una volta, un minimo di organizzazione, una diramazione più o meno capillare e un organigramma sono necessari. Poi, va da sé, le alleanze: o rimane nell’alveo del centrodestra – seppure con gli inevitabili distinguo – oppure il rischio è quello di assumere le sembianze dell’utile idiota dei progressisti. L’ha capito benissimo quella volpe di Matteo Renzi: in un confronto elettorale tra coalizioni, laddove una di queste perde pezzi, se ne avvantaggia inevitabilmente l’altra. Vannacci è stato un fenomeno elettorale che si è subito ridimensionato dopo aver tentato la presa della Toscana. Ma soprattutto – e questo vale per la coalizione di centrodestra – il tema di fondo è capire quale tipo di visione si voglia accarezzare e su quale chiedere il consenso politico. Se l’intento è quello di verniciare il domani con forti tinte liberal-conservatrici (come mi pare si stia cercando di fare, con risultati apprezzabili), allora Vannacci, o meglio, il suo potenziale elettorato, deve essere allettato con proposte ben scolpite, capaci di prosciugare la forza attrattiva del generale. E magari, così facendo, riusciremo anche a rimediare ai danni che l’appellativo di “moderati” ha provocato, facendo passare il messaggio – sul quale Vannacci fa speculazione – che politiche moderate siano politiche flaccide e poco incisive. Qui la sfida si gioca su come veicolare i contenuti. A volte la grammatica deve saper blandire le aree sociali più distanti dal proprio corpo sociale di riferimento.
Aggiornato il 05 febbraio 2026 alle ore 11:13
