Mi tocca perfino solidarizzare con coloro che amano impastare la destra con anacronismi distopici di ogni sorta. Sono stato “barberiano” pochi giorni fa, dopo il blackout social applicato alle baggianate costituzionali dello storico, e ora mi ritrovo su una sponda dove mai avrei minimamente pensato di potermi sedere. Ma è più forte di me: Voltaire non lo si tira per la giacchetta a seconda delle convenienze e, prima di mettere in pratica il pensiero di Karl Popper – ovverosia di non essere tolleranti con gli intolleranti – parafrasando Pietro Nenni, c’è sempre uno più scemo che ti rende meno cretino. Persino chi si accomoda sotto la dicitura “Brescia ai bresciani”, pensa te.
E quindi, seguendo una consecutio temporum logica e ideologica, dapprima abbiamo avuto l’espressione del settarismo e dell’intolleranza tipica del comunismo d’antan, con le Boldrini (sigh) e i Bonelli (ripeto: i Bonelli!) a stabilire chi può e chi non può parlare nelle aule di Montecitorio, dopo che loro hanno dato la parola letteralmente a porci e cani (e mi scuso con la fauna menzionata). Oltre al fatto che, così facendo, i sinistri hanno dato ancor più risalto ai loro antagonisti. Ma si sa: se non leggi Ernst Jünger, certe sottigliezze mediatiche è difficile comprenderle. E figurati se Boldrini e Bonelli si interessano alla figura dell’Anarca, ma quando mai! Pensate cosa sarebbe accaduto se un qualsiasi esponente politico di una qualsiasi destra avesse impedito la conferenza stampa di un qualsiasi esponente politico di una qualsiasi sinistra. E pensate cosa accadrebbe se questa coazione a ripetere si reiterasse nelle università, nei festival letterari, nelle fiere editoriali e via dicendo (piuttosto: ricordate l’ostracismo verso la casa editrice di “Passaggio al bosco”? Ecco, appunto). Parliamo degli stessi che non fanno parlare i “fascisti” e poi li senti giustificare, ammorbidire, comprendere, finanche condividere le posizioni di caudilli sudamericani o satrapi antioccidentali. Capito? È gente così.
Poi veniamo a qualche giorno fa. A quel trionfo di falci e martelli torinesi, a quella pretesa egoistica, scambiata per diritto, nel rivendicare uno “spazio sociale” a spese dello Stato. Tradotto: a spese nostre. Perché acquistare o affittare uno stabile per svolgere al suo interno attività legali sarebbe, come dire, troppo civile, accidenti. Ecco, gli stessi che ieri cantavano “Bella ciao!”, quelli per cui il linguaggio è corretto solo con l’ausilio di “e” rovesciate o di asterischi assortiti, ma guai a includere nel loro vocabolario la parola “futuro”: ecco, quelli lì, ora piangono lacrime di coccodrillo condannando la violenza di una “frangia di manifestanti” che comunque, sempre secondo loro, “non ha nulla a che vedere con le ragioni che hanno animato la stragrande maggioranza dei manifestanti né con la difesa degli spazi sociali e del diritto a manifestare, che restano per noi questioni di primaria importanza”. Perché, va da sé, la “difesa degli spazi sociali” coincide con la difesa (chiamiamola pure impunità) di un centro sociale, quale quello di Askatasuna, che negli anni è stato foriero di violenza e illegalità praticate a iosa dalla frangia estrema di cui sopra. Almeno, a voler sagomare un parossismo, quest’ultima non la si può di certo tacciare di ipocrisia.
Aggiornato il 02 febbraio 2026 alle ore 11:16
