Il “liberale” come brand, il declino attuale e il metodo

Nel linguaggio politico italiano la parola “liberale” viene spesso maneggiata con una disinvoltura che stupirebbe qualunque studioso della tradizione liberale europea. È un’etichetta che compare nei programmi elettorali, nei nomi di liste, nei discorsi televisivi, nelle auto-definizioni di leader e opinionisti. Eppure, proprio mentre il termine si diffonde, il suo contenuto si assottiglia: “liberale” diventa un segno di distinzione, un marchio reputazionale, non la descrizione di una concreta azione politica coerente con i capisaldi del liberalismo. Il risultato è un paradosso: più il “liberalismo” viene evocato, meno esso viene praticato.

Ogni tradizione politica vive anche di simboli e parole-bandiera. Ma, nel caso del liberalismo, l’abuso non è un semplice eccesso retorico: è una vera trasformazione semantica. “Liberalismo” viene presentato come sinonimo di modernità, buon senso, moderazione, europeismo, talvolta perfino di generica “apertura mentale”.

Questa operazione è comunicativamente efficace: il termine gode di un’aura positiva, richiama libertà, pluralismo, progresso. Ma proprio la sua duttilità lo rende vulnerabile: un vestito a buon mercato che può essere indossato senza pagare il costo della coerenza. Così, “liberale” si converte in brand: non un insieme di principi vincolanti, bensì una strategia di posizionamento.

Il liberalismo, nella sua matrice storica e giuridico-politica, non è una generica “buona educazione istituzionale”. È una teoria del potere e dei limiti del potere, al fine di tutelare la libertà individuale attraverso regole, garanzie e istituzioni che impediscano l’arbitrio: dello Stato, delle maggioranze, dei partiti, dei gruppi economici dominanti; perfino dell’opinione pubblica, quando diventa coercitiva. Si pensi ai “processi mediatici”, tanto frequenti in Italia, capaci di produrre forme di sanzione sociale anticipata e di pressione impropria sugli spazi della decisione pubblica.

Per questo, chiamarsi “liberali” comporta obblighi logici, prima ancora che scelte politiche.

È difficile non notare come, in molti discorsi pubblici italiani, l’auto-definizione “liberale” conviva con atteggiamenti che questi capisaldi contraddicono apertamente, e risulti talvolta in frizione anche con le libertà economiche, indissolubili da quelle politiche.

Il fenomeno del travisamento del pensiero e dell’azione liberale non è esclusivamente italiano, ma nel contesto nazionale assume tratti specifici. La personalizzazione della politica alla quale stiamo assistendo da circa trent’anni ha impresso un’accelerazione alla trasformazione del pensiero politico in brand. Inoltre, i social hanno incentivato dinamiche plebiscitarie: i politici diventano spesso i primi “follower” delle proprie tifoserie, e il dissenso è degradato a insulto, come se l’avversario fosse una setta priva di ragione e consapevolezza, senza spazio per la critica interna, per il limite e per l’errore del proprio leader.

Per fortuna, vi sono molti cittadini-elettori che non accettano tale deriva e i dati elettorali, alla voce “affluenza”, sono chiari per chi voglia leggerli e analizzarli senza pregiudizi.

Se il liberalismo è diventato brand, l’antidoto è riportarlo a verifica empirica: non “cosa dici di essere”, ma “cosa fai, con quali regole, con quali limiti”.

Un’agenda liberale autentica si riconosce, ad esempio, da alcune linee di condotta imprescindibili:

1) Riforme che rafforzano controlli e trasparenza degli enti pubblici, non che li aggirano.

2) Politiche che ridimensionano rendite e privilegi anche quando hanno un costo elettorale.

3) Regole che aumentano certezza del diritto, separazione dei poteri, prevedibilità amministrativa e qualità della regolazione; e, ove si discuta di ordinamento giudiziario, una organizzazione delle carriere idonea a rafforzare percezione e garanzia di terzietà, evitando commistioni che alimentino opacità e sfiducia.

4) Difesa coerente di diritti e libertà anche quando sono impopolari.

5) Approccio alla libertà economica come concorrenza e disciplina antimonopolistica, non come tutela del più forte.

Il punto non è rivendicare una purezza ideologica, ma recuperare una differenza fondamentale: il liberalismo non è un aggettivo per apparire ragionevoli; è una disciplina del potere. E, come ogni disciplina, può diffondersi e consolidarsi solo attraverso studio, formazione, confronto pubblico: attraverso gli scritti e le lezioni di grandi Maestri potrà maturare quel livello di conoscenza necessario a dare impulso a un cambiamento politico.

Ad un anno dalla sua scomparsa, il mio pensiero è rivolto al professore Lorenzo Infantino, che tanto ci ha lasciato, anche per le generazioni di studiosi a venire.

Dichiararsi liberale non è sufficiente: occorre agire in tal modo e, prima ancora, conoscerne la dottrina.

Aggiornato il 02 febbraio 2026 alle ore 12:44