Parafrasando un noto romanzo di Erich Maria Remarque potremmo dire: “Niente di nuovo sul fronte della sinistra”. Infatti, quanto accaduto sabato scorso a Torino non deve sorprendere. Si tratta di un vecchio copione che viene portato in scena da oltre mezzo secolo. Si parte con una manifestazione i cui partecipanti appartengono alle diverse anime della sinistra, dopodiché gruppi con il volto coperto da passamontagna abbandonano il corteo principale e attaccano con mazze, molotov e bombe carta le forze di polizia, devastando tutto ciò che incontrano lungo il loro percorso e seminando il panico fra i cittadini inermi.
Gli scontri avvenuti nella città piemontese riportano alla luce un’idea di azione politica che l’Italia (pur essendo stata attraversata per oltre un decennio dalla furia omicida targata terrorismo rosso) ha preferito eludere piuttosto che affrontare fino in fondo. Il riferimento è a quella cultura marxista-leninista che, nella storia italiana, ha spesso considerato la violenza elemento imprescindibile della lotta politica.
Il punto è che, osservando ciò che accade sempre più spesso nelle nostre città (là dove gruppi estremisti trasformano le manifestazioni apparentemente pacifiche in vera e propria guerriglia urbana) cresce la sensazione che “il passato non vuole passare” e che certe culture politiche continuino a riproporsi sotto nuove forme. La mente corre veloce alla stagione delle P38 e degli omicidi politici, preceduta da un’irresponsabile e ambigua sottovalutazione dell’illegalità diffusa. Non c’era corteo che non si concludesse con vetrine infrante, auto incendiate e assalti alle forze dell’ordine. In quelle occasioni, il Gotha politico-culturale di sinistra s’incaricava di spiegare, come sta avvenendo in questi giorni, che quel modo criminale di agire altro non fosse che una “legittima manifestazione di disagio sociale e giovanile”. Del resto, quando cittadini inermi incominciarono a cadere sotto il fuoco dei terroristi, la sinistra non volle riconoscere la vera matrice di quelle azioni e continuò a parlare per molto tempo di “sedicenti Brigate Rosse”. Allorquando i fatti s’imposero nella loro crudezza e non fu più possibile ignorare la verità si cambiò registro e i brigatisti divennero “compagni che sbagliano”.
Ricordava il teorico della “società aperta”, Karl Popper, che “la tolleranza deve terminare laddove inizia la minaccia dell’intolleranza”. La storia italiana ha già mostrato dove porta la giustificazione ideologica della violenza. Ignorarlo ancora oggi è da irresponsabili.
Aggiornato il 02 febbraio 2026 alle ore 12:10
