Dieci anni. Un decennio non è solo un numero; è il tempo in cui un ragazzo avrebbe potuto diventare un uomo, un ricercatore affermato, un figlio che torna a casa per cena. Invece, per Giulio Regeni, dieci anni sono il peso di un’assenza che scava voragini, il rumore di un silenzio imposto da chi sperava che la polvere del tempo coprisse il sangue. Oggi, quell’Egitto dei generali appare ancora come un muro di gomma, ma la verità non è un optional diplomatico: è il respiro di una democrazia.
UNA FERITA APERTA SUL CORPO DELL’EUROPA
Giulio non era un agente segreto, né un ingenuo avventuriero. Era la parte migliore della nostra gioventù: curioso, rigoroso, impegnato a capire i movimenti sindacali del Cairo. Lo hanno restituito “con i segni di tutto il male del mondo” scritti addosso. Quel corpo martirizzato è diventato, suo malgrado, lo specchio di una violenza sistemica che non accetta testimoni.
PERCHÉ L’ITALIA NON PUÒ VOLTARSI DALL'ALTRA PARTE
Mobilitarsi oggi, dopo due lustri, non è un atto di testardaggine, ma un dovere civile per tre motivi fondamentali.
1) La dignità dello Stato: se un Paese accetta che un proprio cittadino venga torturato e ucciso all'estero senza pretendere giustizia reale (e non processi farsa), smette di essere uno Stato sovrano e diventa un complice silenzioso.
2) La tutela della ricerca: Giulio è stato colpito perché studiava la realtà. Difendere la sua memoria significa difendere la libertà accademica di tutti i ricercatori che operano in contesti difficili.
3) Il valore dei diritti umani: non esiste “ragion di Stato” o contratto petrolifero che possa valere più della vita umana. Vendere il silenzio in cambio di stabilità politica è un baratto immorale che ci rende tutti meno sicuri.
Non è un affare privato della famiglia Regeni. È una questione che riguarda chiunque creda che la giustizia debba essere uguale per tutti, anche sotto il sole cocente della dittatura.
IL GIALLO CHE NON SBIADISCE
Il giallo di Giulio Regeni – quel colore diventato simbolo della lotta per la verità – deve continuare a sventolare nelle piazze, nelle università e sui palazzi comunali. Non possiamo permettere che la stanchezza diventi oblio. La verità giudiziaria deve coincidere con quella storica che già conosciamo: Giulio è stato vittima di un apparato che teme il pensiero libero. L’Italia deve alzare la voce non solo nelle aule di tribunale a Roma, dove il processo prosegue tra mille ostacoli, ma nei tavoli internazionali. Dobbiamo pretendere che i nomi dei responsabili non siano solo ombre su un fascicolo, ma volti chiamati a rispondere del male commesso.
Per Giulio. Per la sua famiglia. Per noi stessi. Perché se la verità su Giulio muore, muore un pezzo della nostra libertà.
Aggiornato il 26 gennaio 2026 alle ore 14:21
