In queste ultime settimane, mentre assistiamo alla sanguinosa escalation di violenza in Iran a causa della invereconda repressione del regime ierocratico iraniano contro i milioni di rivoltosi che manifestano le loro rivendicazioni democratiche, l’intellighenzia della sinistra italiana in generale e di quella radical chic in particolare, denuncia tutta la sua indignazione per le numerose vittime uccise dal criminale Ali Khamenei.
Tutto ciò non può che rincuorare e far piacere ai veri democratici e liberali, tanto più che la sinistra che oggi si indigna è la stessa che durante la rivoluzione islamica del 1979 non faceva altro che lodarne le istanze e appoggiarne l’azione, senza aver mai fatto in seguito alcun mea culpa.
Una posizione politica e culturale che, a distanza di oltre quarant’anni, continua, volente o nolente, a essere rimossa, minimizzata o giustificata come “figlia del suo tempo”, ma che merita invece una denuncia storica netta, perché rivela una contraddizione profonda tra i valori proclamati e le scelte effettivamente compiute.
Oramai è agli atti, è un dato di fatto storico, che negli anni Settanta l’Iran dello Scià Mohammad Reza Pahlavi veniva descritto dalla sinistra italiana, con toni spesso caricaturali, come una dittatura sanguinaria, asservita agli Stati Uniti, simbolo dell’imperialismo occidentale nel Medio Oriente.
Questa lettura, non priva di elementi reali – autoritarismo, repressione politica, ruolo centrale della polizia segreta Savak – fu però trasformata da ampi settori della sinistra italiana in una narrazione ideologica semplificata, funzionale a uno schema manicheo: da un lato l’imperialismo americano e i suoi “fantocci”, dall’altro i popoli oppressi in rivolta.
In questo schema miope, Khomeini e il clero sciita vennero inizialmente percepiti non per ciò che erano realmente, ma per ciò che si voleva che fossero, ossia strumenti di liberazione nazionale, alleati oggettivi dell’anti-imperialismo, interpreti di una rivolta popolare contro l’Occidente. Pertanto, riviste, quotidiani, ambienti universitari e circoli politici della sinistra extraparlamentare e, in parte, anche della sinistra ufficiale, accolsero con entusiasmo la caduta dello Scià.
Con la forma mentis ideologica tipica di quella violenta utopia che ha sempre contraddistinto storicamente la sinistra italiana, l’esilio parigino di Khomeini fu trasformato in una sorta di immagine quasi romantica, come il vecchio leader austero, lontano dai fasti del potere, contrapposto al monarca percepito come corrotto e occidentalizzato.
Invero, pochissimi, in quel momento, vollero leggere davvero i testi del futuro dittatore, nonché Guida Suprema, Khomeini, ascoltare le sue prediche, prendere sul serio il progetto di uno Stato ierocratico fondato sulla shari’a e sulla subordinazione totale della politica al clero islamico.
La cecità fu doppia, tanto superficiale quanto irresponsabile, tutto questo perché non venisse meno l’ubriacatura ideologica in cui si era persa a crogiolarsi l’intellighenzia “illuminata” della sinistra.
Da un lato si ignorò consapevolmente la natura intrinsecamente reazionaria dell’islamismo khomeinista, dall’altro si rimosse il destino che attendeva proprio quelle forze laiche, marxiste e progressiste iraniane che avevano partecipato alla rivoluzione contro lo Scià.
Difatti, i Fedayin del Popolo, i Mojahedin-e Khalq, i comunisti del Tudeh, furono prima usati, poi repressi, incarcerati, torturati e infine giustiziati.
Le donne, che avevano manifestato contro l’autoritarismo monarchico, si ritrovarono rapidamente private di diritti fondamentali, obbligate al velo, escluse dalla sfera pubblica, sottoposte a un controllo sociale e giuridico rigidissimo.
In sostanza, con l’Iran che andava verso una deriva di autoritaria violenza senza alcuna soluzione di continuità, il dissenso politico venne annientato in nome di Dio. Nonostante tutto ciò, anche quando queste realtà divennero evidenti, una parte della sinistra italiana continuò a esitare, a distinguere e a giustificare.
Infatti, si ebbe l’ignominiosa insolenza di parlare di “contraddizioni della rivoluzione”, di “processi in corso”, di “specificità culturali”.
In nome della nefasta e ideologica cecità dell’anti-americanismo e dell’odio per l’Occidente capitalista, si arrivò a tollerare (se non apertamente a difendere) uno dei regimi più repressivi e ierocratici del secondo Novecento.
In quel momento, in nome della sua riaffiorata matrice violenta, insita nella sua stessa natura idealista (non a caso il fascista Mussolini proveniva dalla corrente massimalista del partito socialista), la sinistra commise un clamoroso tradimento dei principi di laicità, emancipazione, uguaglianza di genere e libertà individuale che aveva storicamente rivendicato come propri, avallando in tal modo la deriva feudale verso cui stava precipitando l’emancipata società iraniana.
Questa vicenda non può essere archiviata come un semplice errore di valutazione geopolitica, ma fu qualcosa di più profondo, essa rappresentò la dimostrazione di come l’ideologia possa accecare, portando a scambiare un movimento oscurantista per una forza progressista, solo perché nemica del “nemico principale”.
Una logica che ha prodotto danni enormi, non solo per il popolo iraniano, ma anche per la credibilità morale della sinistra europea.
Oggi, mentre l’Iran continua a reprimere nel sangue le proteste, mentre giovani donne vengono uccise per una ciocca di capelli, mentre la pena di morte resta uno strumento ordinario di governo, quella stagione di applausi e indulgenze pesa come un macigno e non può essere nascosta sotto il tappeto.
Non basta più il silenzio, né la comoda amnesia, perché serve una presa di responsabilità storica, un’ammissione chiara di colpa.
La sinistra italiana, o una sua parte significativa, ha il dovere di scusarsi per lo sbaglio clamoroso compiuto, tanto più che sbagliò non per mancanza di informazioni, ma per subordinazione della realtà a un dogma ideologico, dimostrando di essere disposta a dimenticare e violentare ogni diritto umano in nome di un bieco opportunismo ideologico.
Quindi, la sinistra di oggi per essere credibile, anche nell’affrontare la crisi attuale in Iran, ha il dovere morale, politico e culturale di fare i conti con quella pagina obbrobriosa, affinché possa recuperare il senso autentico della critica, dell’autonomia di giudizio, della difesa universale dei diritti umani, senza eccezioni “culturali” o geopolitiche.
La presa di coscienza dei suoi orribili errori rappresenterebbe sia un atto di matura evoluzione culturale, comprendendo che non esistono rivoluzioni buone solo perché antioccidentali sia la dimostrazione di aver finalmente compreso e assorbito nel suo paradigma valoriale che l’oppressione non è mai uno strumento di libertà, neanche quando è esercitato da una sedicente rivoluzione popolare.
Al postutto, finché questa autocritica non verrà compiuta fino in fondo, quella vecchia fotografia di Khomeini accolto come liberatore da tutti i movimenti della sinistra italiana di allora, resterà lì, a ricordare una delle più gravi e violente illusioni della sinistra italiana.
Aggiornato il 20 gennaio 2026 alle ore 10:35
