Il piagnisteo sulle politiche espansive

Era inevitabile che accadesse. Nel mezzo di un delicato confronto europeo finalizzato a rimettere in sesto la convergenza di bilancio, necessaria per far funzionare la moneta unica, ricomincia il piagnisteo molto italiano sulle cosiddette politiche espansive. Ossia, tutti quegli investimenti pubblici che i nostri keynesiani in servizio attivo permanente ritengono necessari per far ripartire l’economia. A tal proposito, costoro dovrebbero in primis spiegarci per quale strano caso del destino proprio in Italia, che ha accumulato (a parte la piccola Grecia) il debito pubblico più grande, tali politiche espansive non abbiano mai dato alcun risultato tangibile, dal momento che la nostra economia è cresciuta meno degli altri partner negli ultimi decenni. E di gran lunga.

Ma non sarà che in Italia l’unica espansione che si crea sia quella della spesa corrente, finalizzata a comprarsi il consenso o, in subordine, a mantenerlo senza intaccare i privilegi concessi da chi ci ha preceduti? In sostanza, è sempre accaduto che la spesa per investimenti ci vedeva nel ruolo di fanalini di coda dell’Europa, mentre per quella relativa alle citate uscite correnti eravamo ai primissimi posti. Non è un caso che siamo divenuti spesso l’emblema di uno Stato cicala, altro che storie. Tanto per fare un esempio, il sistema previdenziale ci costa quasi 18 punti di Pil contro una media europea appena superiore al 12 per cento. Quanti ponti, strade e infrastrutture varie avremmo potuto realizzare con questa colossale differenza di bilancio?

In realtà, in estrema sintesi, il vero problema di questo disgraziato Paese non è la mancanza di risorse, bensì che queste ultime vengono spese in eccesso e molto male. Occorrerebbe, invece, con i tempi compatibili con i sistemi democratici, riequilibrare dall’interno l’eccesso di spesa corrente a vantaggio di quella per gli investimenti e, da non dimenticare, per una sostanziale riduzione della pressione tributaria allargata, vera palla al piede della nostra economia. D’altro canto, l’alternativa a un moderato rigore, perché di questo stiamo parlando, è quella che stiamo duramente sperimentando sulla nostra pelle: la iattura dell’inflazione. Inflazione causata proprio da quella linea delle cicale che, complice una pandemia enormemente sopravvalutata, ha convinto il consorzio europeo ad allentare i cosiddetti cordoni della borsa. Il che, dato che le stesse risorse non si creano magicamente a tavolino, si è inevitabilmente tradotto in una forsennata monetizzazione dei debiti in eccesso a opera della Banca centrale europea. Ebbene, di fatto, continuare a predicare ulteriori deficit, oltre a quelli concordati, non può che ripresentare il cupo scenario inflattivo, con tutte le conseguenze del caso. È questo ciò che vogliamo? Meditate gente, meditate.

Aggiornato il 11 dicembre 2023 alle ore 10:06:11