Ricordo di Gaetano Gifuni (The Ghost President)

La figura di Gaetano Gifuni (Lucera, 25 giugno 1932-Roma, 1 agosto 2018) va ricordata come quella di un civil servant di straordinaria statura morale e civile. Che svolse in modo incomparabile la sua funzione di segretario generale della Presidenza della Repubblica (1992-2006) supportando due presidenti come Scalfaro e Ciampi, diversi per temperamento ma entrambi scrupolosi nella sacrale interpretazione del ruolo di supremi garanti della Costituzione. Furono anni particolarmente intensi nella rapidità del divenire socio-economico e – soprattutto – politico, dopo la disgregazione dei Partiti tradizionali avvenuta dopo Tangentopoli, o – a voler essere più precisi – dopo la caduta del Muro di Berlino, che scardinò consolidati equilibri internazionali e domestici, per ciò che riguardava l’Italia in particolare. Gifuni era, innanzitutto, un grande giurista ed un profondo conoscitore del funzionamento della macchina dello Sato, avendo ricoperto – tra i numerosi incarichi – prima di approdare al Colle, quelli di segretario generale del Senato 26 giugno 1975 al 28 maggio 1992), e di ministro per i rapporti con il Parlamento e per gli Affari regionali (VI governo Fanfani 17aprile-28 luglio 1987),

Il padre, Giambattista, era stato direttore della biblioteca di Lucera, che aveva condotto mantenendo frequenti e fecondi rapporti culturali ed umani con personaggi come Benedetto Croce, Giuseppe Ungaretti, Guido De Ruggiero, Riccardo Bacchelli, Francesco Gabrieli, meritandosi con efficace sintesi espressiva la fama de “la più viva coscienza storica di Lucera”. Da quella “piccola Patria “di crociana memoria, Giambattista Gifuni aveva dialogato con il mondo dell’alta cultura, estraniandosi dalla vita politica attiva durante la temperie del Ventennio fascista, ma non certo dall’impegno a tenervi viva la fiamma della libertà, ardente nell’operosa quiete di quella biblioteca, che amò come un tempio laico della cultura, oasi di pace e di riflessione sulle cose Quae sunt spiritus. In quell’humus crebbe “Gaetanino”, come affettuosamente era solito chiamarlo Pasquale Soccio – preside del liceo Bonghi della cittadina pugliese e studioso eccelso del Vico – al quale il futuro Segretario generale sarebbe rimasto legato per tutta la sua vita.

Il futuro grand commis aveva mangiato “pane e cultura” nel contesto culturalmente stimolante di una città come Lucera, che era stata roccaforte con il suo splendido castello (tuttora ben conservato), dell’imperatore Federico II di Svevia, più noto per le sue imprese militari e politiche, che per il suo avveniristico Codice, che ha rappresentato una pietra miliare delle moderne legislazioni, con concezioni assi avanzate per ciò che riguardava la dignità della donna. Infatti otto secoli fa il Codice federiciano puniva con la decapitazione chi avesse forzato la volontà di una meretrice, purché la vittima avesse denunziato la violenza entro g otto giorni dal fatto. Il richiamato humus familiare e culturale nel quale fu educato il giovane Gaetano, secondò sicuramente la sua sensibilità di cavaliere di antico stampo, evidente anche nei piccoli gesti di cortesia, come quello di cedere il passo alle donne di qualunque rango ed età. Gli impegni pubblici non affievolirono mai l’intensità dei legami affettivi con la sua terra, per cui partecipò – nei limiti del possibile – alle attività della Società di Storia patria di Lucera, di cui il padre era stato socio fondatore, sia a quelle della Famiglia dauna di Roma, che frequentò negli angusti spazi consentiti dalla sua attività istituzionale.

Nell’interpretazione del delicato ruolo ricoperto, tenne sulla scrivania la foto del grande predecessore Nicola Picella, alla cui memoria serbò costantemente sentimenti di ammirato e devoto affetto, come poteva evincersi dalla foto con dedica posta sulla scrivania del Quirinale. Nei rapporti con il personale del Colle serbò sempre il tratto del bonus Pater familias, e come tale viene ancor oggi ricordato e rimpianto dai collaboratori del tempo, con la luce della sua bontà, mai offuscata dall’ombra delle sue proverbiali sfuriate, che avevano l’intensità di un acquazzone estivo, che peraltro svaporava rapidamente senza lasciare alcuna traccia, innanzi alla solarità del sorriso bonario che ne seguiva. Gifuni aveva una sorta di stregonesca capacità nel capire già dal primo sguardo lo spessore di chi gli stava innanzi, ed anche per questo incuteva soggezione, mista ad ammirazione per la signorile bonomia con cui cercava sempre di mettere a proprio agio l’interlocutore.

A tutti è dato sbagliare, ma solo le grandi persone sono capaci di ammetterlo e lui aveva questa dote, con l’umiltà di saper riconsiderare delle decisioni, quando gli venivano evidenziati dei profili a lui poco noti o poco considerati. Da giovane era stato soprannominato “Prudenziano”, a segno della sua abitudine a riflettere ed a ponderare, prima di prendere decisioni che avrebbero potuto altrimenti rivelarsi avventate, e la virtù cardinale donde era scaturito il bonario appellativo, si sarebbe rivelata preziosa nel ruolo di braccio destro del capo dello Stato. La sua funzione non fu limitata a quella di vertice del Segretariato generale della Presidenza della Repubblica, cioè ad un ruolo prevalentemente amministrativo, dando incisiva sostanza anche a quella di primo consigliere del presidente, per le attività a valenza esterna, o politica che dir si voglia. Il ricordato soprannome di “prudenziano” fu quanto mai appropriato, poiché ogni suo consiglio non fu mai frutto di estemporanee suggestioni, ma sempre frutto di ponderate ed informate riflessioni.

Al Quirinale lasciò nel confronto con i Sindacati, una struggente nostalgia per la sua capacità di ascolto, di riflessione, di approfondimento, aperto come era a ponderare le ragioni altrui per accoglierne gli spunti attuabili, e per confutare con signorile garbo, eventuali proposte Insuscettibili di recepimento. Gifuni era un uomo arguto, dotato di straordinaria memoria, dotato di uno speciale carisma nel riuscire a districare questioni complesse, riducendole all’essenziale, senza mai banalizzarle”. Ossificava i problemi, per cui non concedeva più del tempo necessario agli interlocutori, politici, sindacali, amministrativi o privati che fossero, per seguire inconcludenti o logorroiche disquisizioni. La sua superiorità non era correlata al rango ricoperto, bensì all’intrinseca autorevolezza delle sue osservazioni, fondate su delle basi di razionale evidenza, svolte con garbo tale da non mortificare la sensibilità dell’ascoltatore, e salvaguardando sempre un oggettivo spazio dialettico aperto al confronto. Come purtroppo è accaduto ad altri noti e meno noti protagonisti della vita istituzionale, politica, imprenditoriale e finanziaria, a Gifuni non fu risparmiato l’amaro calice della gogna mediatica, per una vicenda processuale rivelatasi del tutto infondata.

Ciò non ne scalfì mai la dignitosa serenità, derivante dalla consapevolezza di aver sempre agito da Vir integer vitae scelerisque purus. Senza aver violato la legge scritta, ma prima ancora quella morale, che della prima costituisce la precondizione. La figura di questo apostolo infaticabile della religione del dovere, supportata da una profonda fede cristiana, ha fatto sì che la finitezza della sua intensa giornata terrena, sia stata superata dall’imperitura eredità morale e civile che ha lasciato che ne hanno saputo percepire la statura di guida esemplare negli alti incarichi istituzionali ricoperti con dignità, passione, riservatezza ed, al contempo, solarità nei rapporti umani.