Di annunci si muore

Penso che il presidente Mario Draghi non apprezzi e non condivida comunicati stampa o titoli di giornali come quello apparso pochi giorni fa su Il Messaggero – “Partono le grandi opere sbloccati gli 83 miliardi” – o le dichiarazioni del Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, rilasciate al settimanale l’Espresso in cui, tra l’altro, precisa: “Con 62 miliardi di euro, il ministero delle Infrastrutture è il primo per investimenti del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza). È vero sono pochi per recuperare venti anni di mancati investimenti”. Il Ministro Giovannini dimentica che le opere che fanno parte del Recovery Plan per il 90 per cento sono del Programma delle Infrastrutture strategiche della Legge obiettivo; un Programma che in undici anni aveva impegnato e cantierato opere per 132 miliardi e che dal 2015 in poi è stato bloccato dai Governi che si sono succeduti.

Questi annunci, quindi, rischiano di diventare veri boomerang per il ministro competente e per l’intero Governo. Un anno fa l’ex ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, annunciò che aveva approvato il Piano “Italia veloce” e che sarebbero partiti subito i lavori per un valore globale di 200 miliardi di cui già disponibili 130 miliardi e 70 miliardi da reperire nel triennio 2021-2023. Sulla base di una precisa dichiarazione della stessa ministra, tale Piano (o meglio tale elenco di opere) con il relativo quadro delle coperture fu subito inoltrato al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

L’ex premier Conte, giustamente, non fece nulla perché le risorse non esistevano. Io, attraverso la stampa, ricordai alla ministra che purtroppo le strutture del Ministero avevano fornito notizie inesatte; ma la cosa davvero preoccupante è che tutto questo illuse in modo diffuso l’intero comparto delle costruzioni. Questa ormai è storia e il cambio di passo lo ha fatto il presidente Draghi dichiarando, appena insediatosi, “ci impegniamo solo su ciò che siamo in grado di mantenere”.

Quindi, entriamo nel merito degli 83 miliardi e apriamo un focus sulle infrastrutture del comparto ferroviario e scopriamo subito che di quei 83 miliardi circa un terzo ricade nella competenza di tale area strategica e tale volano, pari a circa 24.700 euro, è presente integralmente nel Recovery Plan. Leggendo il quadro dettagliato da me già pubblicato qualche settimana fa sulle tempistiche e sulle erogazioni finanziarie delle opere ferroviarie inserite in tale Recovery Plan (fonte Pnrr), scopriamo che solo nel 2024 saremo in grado di avviare cantieri per un valore globale di circa 8 miliardi di euro (5,4 miliardi nel Centro-Nord e 2,7 miliardi nel Mezzogiorno)

Questa esasperata concretezza, questo forse eccessivo pragmatismo è motivato dal fatto che, come riportato sistematicamente nelle mie note, per sei anni abbiamo assistito a blocchi di attività nel comparto delle infrastrutture e i vari Governi che si sono succeduti, coscienti di un simile comportamento sconcertante, hanno utilizzato come strumento la comunicazione per raccontarci un futuro prossimo che è rimasto sempre tale. Fortunatamente ora non hanno più valore dati, annunci, assicurazioni forniti da membri del Governo ma esistono due distinte occasioni che hanno posto fine a questa gratuita e ridicola comunicazione progettuale e finanziaria. Ovvero la presenza nel Governo di Mario Draghi ed il processo di verifica da parte della Unione Europea della nostra proposta.

In merito alla prima occasione penso che il presidente Draghi non accetti di avere nella sua squadra ministri o schieramenti politici che anticipino o diano per scontato risultati ancora non raggiunti o non supportati da reali coperture e da adeguati elaborati progettuali. In relazione alla seconda occasione, ritengo davvero preoccupante l’esame che proprio in questi giorni i funzionari della Unione europea stanno effettuando sul nostro Recovery Plan. Questa personale preoccupazione è motivata dal fatto che, come ribadito in una mia precedente nota, stiamo gestendo una non facile fase contrattuale, in cui si scandiscono in modo nuovo e articolato sia impegni del nostro Paese, sia impegni di tipo finanziario da parte della Unione Europea.

Queste due occasioni, a mio avviso, ci faranno capire:

– quanto sia stata irresponsabile questa lunga gestione portata avanti in modo particolare dal 2015 ad oggi;

– quanto sia felice per descrivere questo assurdo periodo, ed in modo particolare per caratterizzare i responsabili del Governo che si sono succeduti, la frase dello storico Fernand Braudelper essere bisogna essere stati”. Pochi Presidenti del Consiglio in passato possedevano un background così elevato;

– quanto sia pagante l’approccio responsabile e serio con cui si gestisce la cosa pubblica specialmente in fasi critiche come l’attuale;

– quanto sia ricca di schieramenti politici mediocri l’attuale Legislatura.

Come più volte ricordato non sarà facile superare questa delicata prima fase e sicuramente Draghi cercherà in tutti i modi di garantire, anche attraverso possibili riforme, il cambiamento sostanziale dei comportamenti che hanno caratterizzato le attività, le scelte, anzi le non scelte, del Dicastero delle Infrastrutture negli ultimi sei anni. Ma sono sicuro che il premier non permetterà a nessun membro del suo Governo di gestire in modo autonomo questa parte del Recovery Plan. Il presidente del Consiglio ha detto più volte che l’obiettivo chiave, in questo momento, è la crescita sostanziale del Prodotto interno lordo. Il concreto avvio delle infrastrutture e la misurabile apertura dei cantieri sono senza dubbio il motore determinante di tale crescita.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole