Siamo tornati al localismo: così non si cresce

Mezzogiorno Federato è una iniziativa che denuncia formalmente quanto sia miope ed inutile rivendicare un ruolo ed una funzione all’intera area meridionale del Paese identificando azioni e interventi puntuali che, quasi in modo “bilanciato”, assicurino trasferimenti di risorse in precisi ambiti locali. Mezzogiorno Federato, senza modificare la Costituzione, denuncia, invece, chiaramente la necessità che sia davvero attuato quanto previsto dalla lettera m) dell’articolo 117 della nostra Costituzione che precisa: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie:… m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

Tale norma, a mio avviso, costituisce una chiara volontà dello Stato di uscire da logiche clientelari prive non solo di una visione strategica organica ma, addirittura, non coerenti alla programmazione che le singole Regioni, sempre del Mezzogiorno, hanno sottoscritto negli anni passati attraverso Accordi di programma tra singola Regione e lo Stato. Ed ancora, sempre nella Costituzione, in particolare all’articolo 117, comma 8, si precisa: “La legge regionale ratifica le intese della Regione con altre Regioni per il migliore esercizio delle proprie funzioni, anche con individuazione di organi comuni”. In tale comma emerge chiaramente il ruolo dello Stato e delle Regioni nel raggiungimento di linee strategiche congiunte che non mettono mai in discussione determinate scelte strategiche che perseguono interessi non localistici.

Proprio in questi giorni il presidente della Regione Lazio ha chiesto agli altri presidenti delle Regioni del Centro Italia, cioè alla Toscana, alle Marche, all’Abruzzo e all’Umbria di concordare insieme una line comune nella definizione dei programmi e delle scelte del Recovery Plan. Per l’area del Nord ricordo sempre una esperienza interessante ed al tempo stesso pericolosa che diventò concreta nel 2005 quando le Regioni Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia-Giulia e Valle d’Aosta, essendo governate da schieramenti di centrodestra, decisero di sottoscrivere un accordo di reciproco supporto per il superamento di possibili crisi di bilancio, di possibili carenze di “cassa”. Questa esperienza durò solo un anno, perché poi venne meno questa sintonia negli schieramenti politici; oggi questa linea strategica potrebbe tornare e automaticamente ci troveremmo davvero in uno Stato nello Stato. In fondo si sono, forse involontariamente, create delle sintonie, delle aggregazioni più di tipo geografico che geo-economico, siamo cioè tornati all’Italia settentrionale, all’Italia centrale ed all’Italia meridionale. Una articolazione, ripeto geografica, che ricrea condizioni di schieramento completamente antitetiche ad ogni ipotesi di crescita del Paese.

Più volte ho ricordato che sarebbe interessante che il soggetto gestore dei porti di Brindisi, di Taranto e di Bari decidesse di entrare in società con il gestore del porto di Trieste per offrire congiuntamente delle possibilità di attracco di navi porta-container, garantendo condizioni particolari in quanto le varie filiere merceologiche trasportate potrebbero trovare distinta collocazione all’interno del Paese.

Più volte ho ricordato la necessità di diventare noi operatori logistici italiani, aggregando i gestori delle nostre piastre logistiche, i garanti di processi innovativi capaci di mantenere all’interno del nostro Paese il valore aggiunto; una ipotesi penso difendibile e al tempo stesso interessante potrebbe essere quella di dare vita ad una Società unica per la gestione dell’interporto “Quadrante Europa” di Verona e “Interporto di Bari”. In fondo le aggregazioni di interessi trovano motivazione proprio nella distinta ubicazione territoriale dei terminali.

Altri esempi potrebbero prendere corpo attraverso la disponibilità di alcune Regioni nella costruzione e nella gestione di assi autostradali; faccio un esempio utilizzando un asse che attraversa cinque Regioni: Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche; mi riferisco, in particolare, all’asse autostradale Orte-Mestre. Un asse che potrebbe in realtà dare origine ad una proposta che vede le Regioni compartecipi di una Società di scopo finalizzata anche alla gestione di un progetto di “area vasta”; cioè ad un progetto capace di creare lungo l’asse specifiche aree produttive in grado di assicurare dei canoni annuali proprio alla Società sommatoria di più Regioni.

Questa rivoluzione concettuale nel tentativo di identificare ed esaltare gli interessi delle singole Regioni, indipendentemente dalle rendite di posizione possedute, ribalta integralmente i possibili schieramenti e le possibili contrapposizioni e, soprattutto, annulla quella esasperazione geografica che, automaticamente, rende improponibili queste articolazioni innovative portatrici di occasioni mirate alla crescita organica del Paese e azzera, al tempo stesso, il vecchio e mai vinto virus delle aree forti e delle aree deboli, delle rendite di posizione inespugnabili, delle consolidate convinzioni legate a ciò che ci distanzia ancora da un concetto di Paese maturo ed integrato.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole