Tre delibere e tre astensioni dalle udienze in tre mesi (marzo, aprile e maggio) non sono bastate a convincere l’Esecutivo Gentiloni al dialogo. Contano solo le ragioni della pubblica accusa e della parte più forcaiola della pubblica opinione. Per questo l’Unione delle camere penali italiane ha in pratica aperto un nuovo fronte di guerra contro i provvedimenti sulla giustizia in discussione in questi giorni in Parlamento. Soprattutto contro la ipotizzata apposizione della fiducia su norme quali l’allungamento (praticamente sine die) della prescrizione e l’adozione del processo a distanza come regola in tutti i dibattimenti più importanti. Sulla falsariga di quelli di criminalità organizzata. L’ultima astensione dichiarata con la delibera di metà aprile è tuttora in corso e si concluderà oggi. Il tutto è stato supportato da una manifestazione tenutasi il 3 maggio a Firenze. Nell’occasione si erano sentite le parole durissime dell’attuale presidente dell’Ucpi (Unione camere penali italiane), Beniamino Migliucci, contro l’arretramento del Governo in materia di garanzie per la giustizia penale. Per Migliucci, “tutte le norme sulla prescrizione all’interno del disegno di legge penale, così come la parte riguardante il processo a distanza, sono semplicemente intollerabili”.
E all’orizzonte c’è una nuova norma, quella sull’applicazione delle misure di sequestro e confisca preventiva dei beni degli indiziati di corruzione a prescindere dall’andamento del processo, che rischia di fare saltare l’intero sistema. È la famosa “La Torre bis”. Che meglio dovrebbe chiamarsi Legge Ingroia-Di Matteo. E che il Governo sembra disposto a fare propria nel quadro dell’assurda rincorsa al voto grillino. Visto poi quel che succede in mezza Italia con l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, c’è da avere paura. Della giustizia. Migliucci ha impostato il tutto come una sorta di giornata dell’orgoglio della avvocatura.
“Questa astensione – ha detto – dovrebbe servire per risvegliare le coscienze su quel che sta succedendo in Parlamento”. E ha sottolineato come “l’astensione inizia a infastidire qualche magistrato male informato che si è appellato al codice di autoregolamentazione. Qualcun altro – ha dichiarato Migliucci – ha osservato che questa protesta sarebbe tardiva: chi lo ha fatto era distratto visto che l’Unione delle camere penali ha da tempo evidenziato questi punti chiedendo delle modifiche e interloquendo con il ministro Andrea Orlando”.
Migliucci ha anche ricordato la raccolta firme per un disegno di legge costituzionale che riesca a integrare il giusto processo con l’agognata separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente. C’è poi il nodo dell’obbligatorietà dell’azione penale, introdotta in Italia dal Codice di Alfredo Rocco, il Guardasigilli di Mussolini, e spacciata oggi come conquista democratica. Mentre di fatto è uno degli strumenti che permette alle procure una discrezionalità di azione tale, senza alcun controllo da parte del Parlamento o dell’opinione pubblica, da costituire essa stessa una vera e propria modalità di fare politica con le manette e gli avvisi di garanzia.
Va detto che a Firenze un solo politico, Fabrizio Cicchitto, ha osato sfidare il pensiero unico a favore del partito dei pm. Con queste parole: “In Italia ormai non c’è un’egemonia del potere inquirente, ma una vero e proprio dominio”.
A quanto pare invincibile.
Aggiornato il 04 maggio 2017 alle ore 19:40
