La manovra e  il voto referendario

Parliamoci chiaro, il provvedimento su Equitalia non è un regalo, una concessione buonista oppure un atto caritatevole, è semplicemente il ripristino del buon senso e di una quantità di diritti negati contro le scriteriatezze avide e vessatorie del sistema riscossivo.

Un provvedimento comunque tardivo che, se fosse stato attivato prima, avrebbe già generato non solo effetti positivi, ma un diverso approccio nel rapporto tra contribuenti e amministrazione. Che poi Matteo Renzi abbia scelto il momento a lui più favorevole per emanarlo è fuori di dubbio. Nella tempistica, infatti, c’è tutta la necessità del Premier d’incassare consensi in vista del referendum. Sia come sia, meglio tardi che mai e noi che da anni ci battiamo contro le regole persecutorie della riscossione fiscale, che hanno fatto danni e talvolta innescato tragedie popolari, non possiamo che salutare positivamente il provvedimento su Equitalia.

Del resto un Paese, non solo civile ma democraticamente lungimirante, non può pensare di andare lontano in presenza di una guerra senza quartiere fra sistema impositivo e cittadini. Chiarita dunque la parte commendevole dell’iniziativa del Governo sul recupero delle tasse, non possiamo non segnalare la sua parzialità, perché sul fisco manca ancora quello sfoltimento e quella semplificazione indispensabile a renderlo “amico”, efficiente e soprattutto proficuo. Il nostro regime fiscale, infatti, non solo è tra i più pesanti in assoluto, ma detiene il record per numero di balzelli (centrali e locali) e per complicazione di calcolo e quantità di scadenze. Ecco perché sarebbe stato indispensabile accompagnare il decreto su Equitalia con almeno una prima grande operazione di potatura fiscale e diminuzione delle decorrenze.

Al netto di tutto ciò, nella Legge di stabilità appena varata dal Governo restano intatti i limiti, i dubbi e le perplessità che possa funzionare e tornare utile alla crescita. A guardarla da vicino si notano non solo gli aspetti demagogici elettorali, ma tutte le incongruenze legate alla mancanza di coraggio e di realismo per dare la sferzata che all’Italia servirebbe. L’anticipo pensionistico (Ape) è, infatti, una brutta e ridicola patacca inventata ad hoc per favorire le banche anziché gli aspiranti fruitori, i bonus sono le solite inutili mancette e i super ammortamenti vantaggi esclusivi per le grandi aziende. Come se non bastasse, si continua ad appesantire l’apparato pubblico con costi la cui necessità andrebbe più seriamente approfondita, vista l’enormità del peso che già grava sulle casse di Stato. Infine, la revisione della spesa resta la miglior rappresentazione dell’opera teatrale “Aspettando Godot” di Samuel Beckett.

Insomma, un quadro negativo sul quale il Governo ha scommesso più per l’effetto suggestione in vista del voto referendario, che per convinzione della sua concreta utilità alla crescita e alla ripresa. In buona sostanza si tratta dell’ennesima occasione perduta per tagliare le pensioni d’oro, chiudere aziende colabrodo, eliminare privilegi carrieristici pubblici, abbattere i costi della politica e cancellare enti che devastano la burocrazia. Alla fine della fiera Renzi qualche voto lo racimolerà pure, soprattutto con l’abolizione di Equitalia, ma i problemi seri del Paese restano e preoccupano tanto. Oltretutto bisognerà attendere l’esito finale della finanziaria che, ovviamente, viaggerà in Parlamento ben oltre la data del 4 dicembre e il risultato del referendum non sarà ininfluente.

Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 21:56