Dopo lo scoppio dell’affaire delle banche “salvate” da Matteo Renzi, è cominciato lo scaricabarile. Di chi è stata la colpa del disastro che ha spinto sul baratro migliaia di nostri concittadini? Non si capisce. Le associazioni dei consumatori si concentrano sulla “culpa in vigilando” di Bankitalia e Consob: sapevano e cosa hanno fatto per impedire che accadesse il peggio? Gli istituti di vigilanza se la prendono con le istituzioni europee che, a loro dire, avrebbero impedito soluzioni più soft per i risparmiatori danneggiati.
Bruxelles respinge le accuse al mittente e inchioda il governo italiano alle sue responsabilità ribadendo, per bocca del Commissario Ue ai servizi finanziari Jonathan Hill, che è Roma alla guida del processo di salvataggio delle banche fallite. Come a dire, chiedete a Renzi e a Padoan cosa stiano combinando e non prendetevela con noi. A Palazzo Chigi si filosofeggia e intanto si cancellano gli appuntamenti più scomodi per evitare il confronto con le piazze inferocite. Alla fine della fiera, i fregati restano sempre i più deboli, cioè i cittadini comuni. Il popolo degli obbligazionisti si rivela sempre più essere una razza maledetta. Non è la prima volta che finisce nel tritacarne. Senza scomodare i casi più eclatanti accaduti anni orsono: dai Tango-bond argentini, alle mega-truffe Cirio e Parmalat, al crac Giacomelli, è di questi ultimi tempi il dramma napoletano della bancarotta della compagnia di navigazione di Torre del Greco “Deiulemar”, che ha trascinato nei gorghi della disperazione 13mila sottoscrittori di obbligazioni.
Costoro hanno perso 720milioni di euro investiti in quella che era stimata come un’antica e solida compagnia di trasporti marittimi e che invece è stata depredata da una banda di amministratori e dirigenti senza scrupoli. Per i truffati della Deiulemar, come per i tanti risparmiatori lasciati in braghe di tela, non vi sarà alcun intervento pubblico salvifico. In linea di principio è giusto che lo Stato si tenga fuori dalle vicissitudini dei privati. Tuttavia, il punto nodale sul quale interrogarsi riguarda il ruolo di garanzia e di tutela che le pubbliche istituzioni dovrebbero assicurare. Non vi è e non vi sarà mai parità tra il singolo cittadino e la grande azienda, sia essa pubblica o privata, nella definizione di un contratto, a prescindere dalla natura e dall’entità dell’oggetto negoziale.
Lo Stato, attraverso le leggi e i suoi organismi esecutivi, dovrebbe colmare il gap agendo a tutela della parte contrattuale più debole. Lo fa? Assolutamente no, visti i risultati. L’intera struttura istituzionale, condizionata e diretta dalla politica, oggi si distingue per l’esatto contrario: essere forte con i deboli e debole con i forti. Non si tratta di frasi fatte ma di cronaca di ordinari soprusi che sovente finiscono male e, a volte, peggio. Questa condizione di disuguaglianza sostanziale interroga il pensiero liberale, strutturalmente vocato alla libertà degli scambi e al contenimento della mano pubblica nel mondo dell’impresa.
Essere per il libero mercato significa giustificare la filosofia delle “libere volpi in libero pollaio”? Desiderare maggiore deregulation vuol dire fare spallucce davanti alla crescente domanda di responsabilità sociale richiesta all’imprenditore? È sufficiente, quando si becca un manager mariuolo con le mani nel sacco, limitarsi a dire: se la sbrighino i giudici? È possibile sottomettere il capitale ad obblighi che non siano riconducibili agli stretti vincoli giuridici? Interrogativi che meriterebbero risposte non elusive. Forse, non sarebbe male se la classe imprenditoriale italiana ritrovasse, con la volontà, il coraggio di mettere in discussione il totem più inviolato del capitalismo: la definizione delle componenti del profitto. Si può essere liberali e responsabili e per questo non essere i profanatori della tomba di Adam Smith.
Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 22:34
