“Quando si dice che l’Università dovrebbe “aprirsi al territorio” si attribuiscono all’educazione superiore finalità potenzialmente incongrue o, quantomeno, imbarazzanti: di cosa dovrebbe occuparsi un Ateneo che, attorno a sé, non avesse altro che coltivazioni di rape e zucche?”.
Fra i molti miti che le società di ogni tempo e luogo sviluppano, quello attuale del ‘Territorio’ è fra i più ostinati. Il successo di questo termine è sicuramente legato al fenomeno della globalizzazione (a sua volta peraltro mitizzato) di cui il Territorio vorrebbe essere il contraltare. Ancorché indefinito nella sua dimensione, nei suoi confini rispetto ad altri Territori, qualsiasi cosa si faccia in nome di un Territorio è buona per definizione; il Territorio merita rispetto e tutela; guai a chi offende o minaccia il Territorio. L’università, di conseguenza, non può godere di alcuna considerazione speciale: essa, secondo il linguaggio politicamente corretto, si deve aprire al Territorio. Cosa questo significhi è però solo in parte chiaro e condivisibile. In buona sostanza si ritiene che un ateneo debba occuparsi della formazione di personale qualificato per i settori economici che contraddistinguono una certa regione. Ad un’analisi superficiale non sembrerebbe esservi nulla di più ragionevole. Ma, se uno ci pensa per bene, emergono molte incongruenze e miopie. Innanzitutto le necessità dei settori economici locali dovrebbero, in primis, essere soddisfatte dalle scuole superiori con il loro ormai vasto spettro di specializzazioni. In secondo luogo, vincolare l’istruzione universitaria alla dinamica economica locale implicherebbe una provincializzazione delle università che costituirebbe l’esatto contrario della loro motivazione storica.
Le università sono nate per attingere e contribuire alla conoscenza avanzata in tutti i settori del sapere e, soprattutto, per fare ricerca su temi innovativi e di frontiera, spesso senza alcuna ‘ricaduta’ economica, tanto meno locale. Se è ovvio che una facoltà di scienze agrarie si ricolleghi, sia sul piano didattico sia su quello della ricerca, alle attività della regione in cui è insediata, ciò non vale per moltissime altre. Facoltà di medicina o elettronica, dipartimenti di astronomia o di fisica delle particelle non si vede quali rapporti possano avere col Territorio, che non siano quelli di qualche conferenza pubblica al circolo della caccia. Per non parlare, poi, delle facoltà o dei dipartimenti umanistici: quale relazione potranno mai avere col Territorio docenti e ricercatori di letteratura latina o filologia romanza, di filosofia o di sociologia generale?
Il punto è che le università sono nate presso monasteri o conventi ben ‘difesi’ proprio dal Territorio: luoghi in cui pensare e agire liberamente, senza la costrizione della quotidianità, siti che un sociologo ha opportunamente definito come sedi di disciplined leisure. E’ infatti evidente che la produttività scientifica più rilevante non può che provenire da un parziale ma robusto isolamento dal mondo e non certo dall’immersione nella contemporaneità quotidiana. Va da sé che un’università, di fronte a gravi emergenze deve mettere a disposizione del Territorio le proprie conoscenze. Tuttavia, istituzionalmente, i problemi di cui gli atenei si occupano sono di altra origine e natura e se chi vi si dedica non può mancare dell’attitudine a guardare lontano, è pur altrettanto vero che deve essere messo in condizione di farlo. In altre parole, per le migliori università, il Territorio è un ospite, non un cliente.
Aggiornato il 06 aprile 2017 alle ore 15:23
