Che la democrazia viva di numeri e percentuali è cosa ovvia. È un po’ meno ovvio, tuttavia, che anche talune questioni di principio vengano trattate attraverso procedure meramente quantitative. La legislazione europea e quella italiana hanno introdotto una norma per la quale alle elezioni amministrative, quali le Regionali e Comunali appena concluse, l’elettore che intenda dare la propria preferenza a due candidati deve sceglierli di sesso diverso in nome della parità fra i due sessi. Come si trattasse delle peraltro discusse “quote latte”, la norma stabilisce poi minuziose casistiche a seconda dell’ampiezza demografica dei comuni. Nessuno dei due sessi può comunque superare i due terzi degli eligendi (con arrotondamento all’unità superiore) e, nella composizione delle giunte, il sesso sottorappresentato non può consistere in meno del 40 per cento.
Ce n’è abbastanza per capire quanto sia triste la situazione: il processo storico-sociale di emancipazione della donna, già in essere da almeno un secolo e mezzo per propria forza autonoma, ridotto a questa forma di ragioneria sessuale conferisce al fenomeno un carattere burocratico francamente miserevole.
Forse non ha torto il “postgenderism” di Donna Haraway, quando sostiene che la completa parità di genere sarà raggiunta solo quando, grazie alla scienza e alla tecnologia, la differenza biologica fra maschio e femmina si dissolverà. Ma, a parte queste stravaganze, per ora la differenza c’è ed è apprezzata da ambedue i sessi mentre la discriminazione, laddove sussista ancora, può essere superata solo attraverso la progressiva maturazione culturale che è già in essere, magari sostenuta da qualche intelligente forma di “moral suasion” permanente. Al contrario, una eccessiva e troppo premurosa attenzione verso il problema, sulla scorta di misure del tutto arbitrarie e decisamente sciocche, corre il rischio di ottenere il risultato opposto perché, fissando le quote, si istituzionalizza proprio la differenza che si vorrebbe superare.
Inoltre, questa bilancia dei sessi, per metà sociologica e per metà politica, potrebbe costituire un precedente rilevante per ulteriori, possibili applicazioni del “metodo delle quote”. Perché mai, per esempio, non si stabilisce che alle elezioni debba essere eletta una quota obbligatoria di anziani visto che sono quasi 16 milioni e persino i sindacati se ne occupano così poco? O magari di laureati, oppure, al contrario, di solo licenziati alla scuola dell’obbligo con la loro difficoltà a stare al passo con la cosiddetta “società della conoscenza”. Oppure di candidati nati nel Sud, portatori di una perdurante discriminazione di fatto in termini storico-economici? Qualcuno potrebbe persino pensare all’opportunità che vengano stabilite quote speciali per chi ha un quoziente di intelligenza superiore a 130, o quote per i medici o per gli ingegneri. E così via.
Al di là dell’ironia, rimane il fatto che il metodo delle quote è intrinsecamente irrazionale come lo è qualsiasi pianificazione, nonostante la sua apparente fisionomia iper-razionale ma, in realtà, incline al corporativismo. Quando le “teste d’uovo” mettono le mani sui processi sociali più fondamentali, sui quali una democrazia liberale dovrebbe intervenire con grande cautela e con metodi qualitativi più che quantitativi, si sa dove si comincia ma non dove si potrebbe approdare.
Aggiornato il 06 aprile 2017 alle ore 15:08
