Non sono trascorsi neanche dieci giorni dal risultato elettorale che ha premiato l’imbonitore signor Matteo Renzi ed ecco che scoppia l’ennesima bomba, anche questa ad orologeria ovvero lo scandalo del Mose. Tutti i reati denominati propri, dalla corruzione alla concussione, la fanno da padrone nell’ennesimo racconto della magistratura inquirente che dopo quasi venti anni di indagini scopre che il mondo degli appalti pubblici ha intaccato anche l’onorabilità ed il primato morale della sinistra.
Nello scandalo risulta coinvolto il sindaco di Venezia, l’avvocato Giorgio Orsoni, appartenente a quel partito che dovrebbe rappresentare l’emblema della moralità. Io conosco bene il mio collega Orsoni e sono sicuro che dimostrerà la sua innocenza, come mi auguro, essendo un garantista, che la dimostreranno anche gli altri indagati, ma il fenomeno della corruzione nel mondo degli appalti pubblici è così diffuso da farlo definire per un Paese messo davvero male, non solo preoccupante ma anche devastante. Ragione per la quale sono d’accordo, questa volta con l’imbonitore nel rafforzare l’autorità di controllo diretta da Raffaele Cantone. Ciò nonostante, non riesco a comprendere il perché la Procura di Venezia, della quale fa parte anche Carlo Nordio in qualità di procuratore aggiunto e magistrato sempre da tutti stimato per la sua equidistanza dalla politica, abbia consentito la chiusura delle indagini e la richiesta accolta dal giudice per le indagini preliminari dopo la celebrazione delle elezioni europee. A molti italiani sorge legittimo il dubbio che, imperversando la campagna devastante di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, il Partito democratico, del quale è segretario Renzi, potesse risentire in modo negativo della notizia dell’arresto del sindaco di Venezia.
Conoscendo l’integrità morale e l’equilibrio di Nordio, che è apparso in televisione per denunciare il fenomeno preoccupante di corruzione, scoperto dopo tanti anni, penso che la Procura di Venezia a differenza di quella di Milano, non abbia voluto turbare gli elettori con la “ferale” notizia.
Detto ciò, non posso non commentare la notizia ed esprimere il mio giudizio sul mondo degli appalti che favorisce la consumazione dei reati così detti propri. Dopo Tangentopoli e la sua devastante conseguenza, che vide azzerati i partiti al Governo, quali la Democrazia Cristiana ed il Partito Socialista di Bettino Craxi, molte sono state le manifestazioni di sdegno, ma la politica ed il suo mondo non è affatto cambiato. Con una differenza: allora le tangenti venivano pagate dagli imprenditori per sovvenzionare la politica, che in cambio favoriva l’imprenditore generoso rispetto a quello serio ed onesto che aveva un unico obiettivo. Cioè lavorare bene per assicurare il successo della sua impresa. Oggi le tangenti, forse neanche mascherate, vengono elargite non solo per favorire la campagna elettorale di un politico ma per determinare l’arricchimento di chi non ha a cuore tanto il successo dell’impresa quanto l’arricchimento personale, eventualmente anche a danno dell’impresa che, dopo l’appalto, la si conduce dolcemente al fallimento.
La giustizia faccia il suo corso, ed in modo rapido, consentendo a tutti gli indagati di dimostrare la loro innocenza, in modo da non dover constatare, dopo dieci anni di processo in primo grado, che l’imputato è stato assolto magari con formula piena. Ma la politica quella vera, che legittima sia il potere legislativo che quello esecutivo, dev’essere rinnovata ed impostata a svolgere il compito che le è stato affidato dai cittadini, eliminando il ginepraio di leggi che, alimentando la burocrazia, rendono possibile la corruzione ed il malaffare dei quali ci stiamo occupando, e promulgando viceversa leggi dal contenuto semplice e fattivo che possano favorire la libera concorrenza ed il mercato, premiante per quelle imprese sane e laboriose che non hanno bisogno del politico di turno per lavorare.
Per rinnovare la politica bisogna uscire dall’ipocrita atteggiamento di coloro che presiedono le istituzioni, che favoriscono i colpi di Stato - dei quali parla in un suo libro professor Paolo Becchi - mascherati dallo stucchevole senso di responsabilità, impedendo l’esercizio del voto da parte di coloro che per dettato costituzionale, ancora vigente, hanno il diritto di scegliere i propri rappresentanti. In poche parole, vogliamo tornare a votare.
Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 20:02
