Insurrezione veneta, c’è poco da ridere

Carnevalata, bischerata, pagliacciata. Sono alcuni degli epiteti usati dai media per descrivere gli intenti criminosi dei 24 arrestati nel Veneto, accusati di progettare azioni violente per il conseguimento della secessione della regione dal resto dell’Italia. La stampa e la politica proprio non riescono a prenderlo sul serio quel manipolo di separatisti che, obiettivamente, a volerli inquadrare, non somigliano tanto ai terroristi dell’esercito repubblicano irlandese dell’Ira o ai combattenti del gruppo separatista dell’Eta delle province basche, quanto alla scanzonata brigata del conte Mascetti di “Amici miei”. E poi, fare un carro armato con un trattore e un tubo spara-biglie. E chi vuoi che ti prenda sul serio? A vederla così, la cosa sarebbe tutta da ridere. Peccato che non ci sia proprio niente che ci metta di buonumore. Al contrario, pensiamo che sia roba seria, che vada guardata con attenzione.

La questione dell’indipendenza veneta è all’ordine del giorno da molto tempo. Non è argomento dell’ultim’ora. Aleggia in quel territorio uno spirito identitario che ha ragioni antiche. L’adesione alla causa dell’Italia unita fu vissuta con minore entusiasmo di quanto non lo fosse stato da altre parti. Il tempo e la politica della Prima Repubblica hanno fatto poco per annullare quel senso mai sopito di diffidenza verso il Governo centrale, percepito come estraneo, non come amico. La Seconda Repubblica ha, se possibile, completato l’opera di demolizione dell’idea di Stato unitario. Ciò spiegherebbe del perché, anche in passato, vi siano già stati tentativi di innescare processi insurrezionali. Nel 1997, per ricordare i duecento anni dalla caduta della “Repubblica di Venezia”, un gruppo di “Serenissimi” si presentò, con tanto di autocarro addobbato a mezzo blindato, a Venezia per occupare la piazza e il campanile di San Marco. Durò poco meno di 24 ore la messinscena. Poi arrivarono i carabinieri e li portarono via tutti, i “serenissimi”. Allora si era in un momento ancora positivo di crescita produttiva e l’economia del Nord-Est filava come una locomotiva. La provocazione degli indipendentisti fu subito derubricata a nota di folklore, con conseguenze penali soltanto per il gruppetto degli insorti.

Dopo quattordici anni, la storia stava per ripetersi con uguali modalità d’approccio: progetto di un atto dimostrativo che funzionasse da innesco a una protesta più ampia. Allora dove sarebbe la differenza con il ‘97, posto che anche gli esecutori sono gli stessi? Due dei “serenissimi” del primo tentativo figurano tra gli arrestati nell’indagine attuale. In realtà, c’è un Paese che è cambiato rispetto alla fine dello scorso secolo. Cambiato in peggio. Più povero. Con uno Stato che, per forza di cose, è divenuto ancora più rapace. Uno Stato-tassatutto che, in cambio, offre poco. I veneti, che negli ultimi tempi avevano complessivamente accumulato ricchezza superiore a quella di altri territori, avvertono con maggiore disagio il crollo del loro sistema produttivo e il diffuso impoverimento che sta estendendosi a macchia d’olio tra gli strati più consistenti della popolazione locale. Ma il fallimento dello Stato in quella parte d’Italia non è l’unica causa del malessere. La politica tutta ha grandissime responsabilità. La colpa più grande che le può essere attribuita è che non abbia saputo, in tutti questi anni, offrire a quel popolo, capace di grande operosità, una visione. Un progetto per il futuro che fosse a un tempo conveniente e sostenibile. Se vuoi che qualcuno faccia qualcosa per te, devi dirgli qual è la tua idea, soprattutto devi confidargli lealmente dov’è che vuoi portarlo. Qual è la meta del viaggio.

Questo, la politica nazionale non l’ha fatto. È stata volutamente ondivaga, lasciando che il lavoro sporco, sulla tenuta in vita di spauracchi e obiettivi fasulli, lo sbrigassero le truppe ascare lasciate sul territorio. Non è un caso che il nuovo indipendentismo attacchi la Lega Nord allo stesso modo di quanto faccia in generale per la politica romana. Su questo i separatisti hanno idee chiarissime: l’autonomia del Veneto è cosa fondata, la Padania invece è il falso idolo usato come arma di “distrazione di massa”. Dov’è che la politica ha mancato? Nel non condurre in porto una seria riforma federale, rimpallata per quasi un decennio sulle scrivanie dei vari premier di turno, che materializzasse la volontà dello Stato di riedificarsi su nuove fondamenta, in sintonia con le esigenze reali dei contesti comunitari di riferimento. L’impianto istituzionale concepito nel dopoguerra è vecchio. Non risponde più alla domanda di giustizia sociale e di equa redistribuzione della ricchezza prodotta, quale emana dal popolo italiano. La politica, paralizzata nelle logiche bizantine dei veti incrociati, non ha saputo agire. Ha soltanto fatto da manutengola all’apparato burocratico- amministrativo centrale, perché quest’ultimo prendesse a piene mani. Il meccanismo regolato a senso unico oggi, in tempi di crisi di sistema, è vissuto come un sopruso assoluto.

La vessazione non più tollerabile alimenta pulsioni ribellistiche che, nel contatto con la realtà, incrociano le forme più disparate di estrinsecazione. La crescente spinta indipendentista, già manifestatasi con il referendum on-line della scorsa settimana e rilevata anche dai sondaggi effettuati, guarda all’Europa come a una concreta possibilità di affrancamento dalla condizione servile alla quale lo Stato-Leviatano ha piegato i suoi cittadini. Il richiamo costante dei leader dell’indipendentismo veneto va di pari passo con altre iniziative in atto in alcuni territori del continente, dalla Scozia alla Catalogna. L’idea comune verte sul rifiuto della mediazione di un’entità statuale centrale, giudicata superflua, nel rapporto da instaurare tra territorio e organismi dell’Unione Europea. Tra l’idea originaria di confederazione di Stati sovrani e l’utopia politica dell’Europa dei popoli si fa strada una specie terza: l’Europa delle piccole Patrie.

Sarebbe il condensato di una somma di egoismi locali, sostenuti da una frazionismo territoriale ricavato dalle differenze etniche, linguistiche, etiche, religiose. Sarebbe una riproposizione secondo nuove forme del Sacro Romano Impero. Berlino in luogo di Roma come “caput mundi” e una miriade di microcomunità orbitanti su piani elettici paralleli non convergenti. Sarebbe un’Unione ben affollata, fatta non di tedeschi, inglesi o italiani, ma di scozzesi, prussiani, bavaresi, boemi, magiari, sardi, croati, veneti, fiamminghi, lombardi, valloni, campani, catalani, pugliesi, slavi, calabresi e via discorrendo. Pensate che si stia scherzando? La risposta continentale alla crisi economica ha avuto ricadute sociali significative delle quali gli attuali leader europei non hanno ritenuto di dover prendere atto. È stato ed è un grave errore. Avranno modo, con il prossimo voto per le Europee, di rendersene conto. Speriamo solo che non sia troppo tardi.

Ascoltando un’azzimata signora veneta, sub sessantenne, di buone maniere, dire con calma serafica ai microfoni di un talk-show televisivo, di essere pronta a impugnare le armi e, come se fosse la cosa più normale di questo mondo, di sapere con certezza quali obiettivi colpire per primi: il direttore della banca che l’ha ridotta sul lastrico e quello dell’agenzia di Equitalia che le ha portato via la casa, ci si rende conto della gravità del momento storico. Sarebbe una salutare contromisura se spiegassimo ai nostri connazionali del Veneto che la strada dell’indipendenza è sbagliata. Pensare di dividere l’Italia è sbagliato. Ma questo lo si deve dire con calma e con umiltà. È da miopia della politica opporre un ghigno sarcastico e sprezzante a coloro che sono in cerca di soluzioni positive, da qualsiasi parte esse vengano.

Per il momento in galera sono finiti in ventiquattro. Un’antica massima recita che il carcere sforna per lo più fior di deliquenti. Tuttavia, seppure raramente, fabbrica anche martiri. Ora, con le elezioni alle porte, i partiti stiano ben attenti a quel che combinano. Alle parole d’ordine che lanciano. Non vorremmo trovarci a constatare, all’indomani del 25 maggio, l’azzeramento nelle urne della politica tradizionale, di destra e di sinistra, e ad ammirare i monumenti in piazza, eretti a Rocchetta e Chiavegato. I “serenissimi”eroi.

Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 20:11