Ulteriori tasse sarebbero comunque piovute sui cittadini, anche se si fosse pagata per intero l’Imu sulla prima casa. Il problema è che lo Stato ha bisogno di inserire tra le poste attive di bilancio minimo altri 10 miliardi di euro. Perché, rimanendo fisse le uscite statali e lievitando i costi di gestione della Pubblica amministrazione, è diminuito il gettito fiscale perché la crisi ha fatto calare il fatturato dell’impresa.
I privati pagano meno tasse perché guadagnano di meno, ma lo Stato ha una rigidità su circa l’80% delle sue uscite. Questo vuol dire che lo Stato non può diminuire la pressione fiscale, anzi la deve aumentare di almeno altri cinque punti percentuali entro dicembre del 2014. Operazione lenta ma costante, che comunque va fatta digerire a poco a poco. Non si può da un giorno all’altro dire al popolo italiano che, se si vuole rimanere in Europa, necessita che per almeno un decennio la qualità della vita dell’italiano medio si attesti sui valori di ricchezza diffusa che erano dell’ex Germania democratica (quella dell’Est, ovviamente). Sono già concreti all’orizzonte gli aumenti di carburanti, Irap e Ires.
Dalla data d’entrata in vigore della nuova manovra per la correzione del deficit, si verificherà un rialzo immediato delle accise: una sorta di ghigliottina che, a cascata, sommerà i rincari di trasporto (quelli dei carburanti) a quelli già dovuti all’aumento dell’Iva. Il rincaro della benzina partirà da 6,5 centesimi al litro, per consentire gradualmente di portare la benzina ben oltre i 2 euro entro dicembre del 2014. La bozza del decreto legge valuta l’aumento al ribasso: “L’aumento dal primo gennaio 2014 e fino al 31 gennaio 2015 sarà di 3,3 centesimi al litro”. Ma gli addetti ai lavori sono già pronti ad incrementare di ulteriori 10 centesimi al litro il trasporto del carburante su gomma: perché dalla raffineria alla pompa la benzina marcia con camion autocisterna.
Destano sgomento anche i nuovi rialzi per gli acconti Ires e Irap, che passano dal 101 al 103% per il solo anno di imposta 2013: ma sappiamo che per il 2014 dovrebbero superare il 105%, e per i ben noti effetti dovuti alla fiscalità locale. Il ministro Dario Franceschini (Pd) cerca di frenare le preoccupazioni: “In Consiglio dei ministri non si parlerà di tasse o accise”. Ma Franceschini è incalzato da troppe domande imbarazzanti sulla manovra, e a nulla serve che replichi che “in Cdm ci sarà il provvedimento per il rientro del 3% e alcune misure urgentissime per l’emergenza immigrazione e sbarchi… nessun aumento di accisa o altre tasse”. Lo Stato è al collasso, ma per la cassa integrazione vengono stanziati 330 milioni (sempre secondo la bozza).
Inoltre, il Consiglio dei ministri ha deciso di destinare 330 milioni di euro per rifinanziare la Cassa integrazione in deroga per il 2013, mentre 35 milioni andranno alla carta acquisti, la cosiddetta social card. E i tanto sventolati tagli ai ministeri? Per consentire il rientro dallo scostamento del deficit sono previsti non ben precisati tagli ai ministeri: nella bozza si legge che “le disponibilità di competenza e di cassa relative alle spese rimodulabili del bilancio dello Stato sono accantonate e rese indisponibili per ciascun ministero”.
E che vuol dire nello specifico? Sui ministeri (parte rigida del bilancio statale) si è levata una cortina fumogena, e gli addetti ai lavori glissano. Per le imprese impegnate nella Tav arriva il tanto promesso indennizzo: riguarderà chi ha subito danneggiamenti di materiali, attrezzature e beni, “in conseguenza di delitti commessi al fine di impedire, turbare o rallentare la realizzazione di opere”. La bozza parla chiaramente di danni da No-Tav, e il tetto previsto per gli indennizzi è di 5 milioni di euro, e non prevede oneri a carico dello Stato. È evidente che tra cassa integrazione e indennizzi vari non si superi un miliardo scarso, ma allo Stato necessita di tappare più di 10 miliardi di buco.
Aggiornato il 05 aprile 2017 alle ore 11:05
