Un siciliano che dicesse molto bene della Sicilia sarebbe un patriota ma non direbbe la verità. Tuttavia la percezione degli innumerevoli difetti degli isolani non deve oscurare la visione di ciò che questa regione può avere di positivo.
La Sicilia è la più grande regione italiana e la più grande isola del Mediterraneo. Nota sin dalla più remota antichità, è stata invasa, dominata e colonizzata dai cartaginesi, dai romani, dagli spagnoli, dagli svevi, dai normanni. Insomma ha conosciuto tutti i popoli europei, per non contare gli arabi, ma sempre sotto forma di dominatori. Perfino quando è divenuta “italiana”, non si è sentita parte di una nazione indipendente: ha solo pensato di avere cambiato padrone.
Essere siciliani ha sempre corrisposto ad essere sudditi. Persino quando si è avuto qualche potere indipendente - basti pensare alla Siracusa dei tempi di Alcibiade - questo potere non è stato autoctono, e non era certo un siciliano Federico II di Svevia. Insomma la Sicilia ha solo importato tutte le civiltà, senza mai inventarne, senza mai esportarne una.
Naturalmente nessuno pretende che i siciliani, in particolare quelli usciti dalla scuola post-sessantottina, abbiano coscienza della propria storia. Ma le nazionalità la sanno più lunga dei singoli. I francesi passano il loro tempo a dire male della Francia e tuttavia, gratta gratta, sono fieri di una storia che magari non conoscono. All’estero si è convinti che i francesi siano molto nazionalisti, in realtà i francesi non sono fanatici come pensano altrove. Parlano appassionatamente male della Francia ma come si può parlare male dei genitori. Se lo possono permettere solo loro.
I siciliani non gli somigliano. A causa delle loro millenarie esperienze non credono a nulla e men che meno alla Sicilia. Spesso anzi la disprezzano. Hanno piegato le ginocchia dinanzi agli dei dell’Olimpo, a Gesù Cristo, a Maometto e ancora a Gesù Cristo, sempre senza entusiasmo. In materia di Stato hanno conosciuto soltanto un potere intento a fare il proprio interesse e non quello dei governati. Quanto alle idee, sono convinti che siano un trastullo di intellettuali falliti oppure uno strumento per imbrogliare il prossimo. In materia di morale, credono un po’ a quella imposta dalla famiglia e dagli amici (quelli che definiscono “cosa nostra”) ma sono totalmente insensibili alle belle parole. Capiscono che lo Stato debba applicare le leggi e punire chi le viola, ma sanno anche che se chi le viola è amico delle persone giuste poi non è punito. Il divieto di sosta vale per tutti ma non per il sindaco e i suoi amici.
Lo scetticismo riguardo ai valori della collettività raggiunge in Sicilia vette impensabili. A un professore che si vantava di non avere mai ricevuto una raccomandazione - tale era la sua fama - un vecchio siciliano rispose: «E così ti sei giocato gli amici». Nell’isola chi osserva le leggi è una persona di buon senso solo se, non facendolo, sarebbe punito. Ma se altri non le osservano e non sono puniti, allora sarebbe un fesso se non le violasse anche lui. Se basta lasciare il cappotto sulla sedia, in ufficio, per potere andare a sbrigare gli affari propri o a passeggiare con gli amici, ecco che tutti sono spesso “fuori stanza”. A tempo indeterminato. Magari in compagnia del capufficio. I siciliani rispettano le regole come le mucche rispettano la recinzione elettrificata: se si toglie la corrente, il limite scompare.
Un implacabile realismo fa comprendere agli isolani la loro realtà e l’esperienza storica non suggerisce speranze. Il risultato è un pessimismo così profondo da divenire impercettibile: nel senso che il peggio è costantemente l’unica ipotesi, accettata in partenza come ineluttabile. Non vale nemmeno la pena di parlare.
La politica siciliana è l’epitome di una mentalità caratterizzata da una serie di assenze: mancano gli ideali politici, le preoccupazioni di coerenza, le regole di lealtà, gli scrupoli morali, i principi economici e perfino i veri programmi. Ecco perché la Sicilia è il luogo ideale degli esperimenti politologici. Solo in un mondo del genere si può tentare l’impensabile. Qui il Diavolo e l’Acqua Santa, prima di litigare, si chiedono se da una loro alleanza non possano ricavare più vantaggi che dalla loro guerra.
Machiavelli può rimanere a Firenze. In Sicilia sarebbe un ingenuo.
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Aggiornato il 04 aprile 2017 alle ore 15:43
