Su un articolo di Antonio Staglianò: Rosmini, Kant e il punto cieco dell’Intelligenza artificiale
Nell’articolo apparso su Avvenire del 3 maggio 2026, L’umanità aperta all’infinito usa l’Ia senza restarne schiava, monsignor Antonio Staglianò ha un merito che andrebbe riconosciuto subito, e che è raro: aver individuato che il problema dell’Intelligenza artificiale “non è un algoritmo, né una legge, né un interesse economico”, ma filosofico. Il modo in cui pensiamo l’Ia è già deciso, a monte, dal modo in cui pensiamo l’uomo; e il modo in cui pensiamo l’uomo è, a sua volta, deciso da un’eredità che, come scrive l’autore, “abbiamo interiorizzato al punto da non riconoscerla più: l’impostazione di Immanuel Kant”. La diagnosi è esatta. La grammatica con cui istintivamente ragioniamo sull’Ia, quella per cui “dobbiamo porre confini, impedire che la macchina superi certe soglie”, è figlia legittima della Critica della ragion pura. E lo è, per rovesciamento speculare, anche l’euforia prometeica, “il sogno di un potenziamento senza confini”, che Staglianò giustamente definisce “il rovescio esatto del kantismo”: due posture opposte, generate dallo stesso presupposto, cioè “che l’uomo sia definito dai suoi confini e che la libertà sia il loro rispetto o la loro violazione”.

Vorrei però provare ad allargare il quadro, perché credo che il problema abbia radici ancora più profonde di Königsberg. La chiusura della ragione dentro l’esperienza sensibile non nasce nel 1781: è un esito, non un inizio. Il gesto kantiano porta a compimento, in forma critica, una traiettoria che attraversa tutta la modernità, da Cartesio in poi, ma che ha la propria sorgente molto più indietro, nel pensiero greco. È lì che si decide qualcosa di originario. Quando Parmenide pensa l’essere come ciò che si oppone al non-essere, e quando Aristotele, nella Metafisica, definisce la sostanza come ciò che ha πέρας, confine, contorno, forma determinata, l’Occidente compie una scelta: pensare significa delimitare. L’ente è ciò che sta dentro i suoi limiti; l’infinito, l’ἄπειρον, è il negativo, l’indeterminato, ciò che la ragione deve scongiurare. Severino ha mostrato con quale lucidità da quella decisione discenda l’intera storia della tecnica occidentale: se l’ente è precario, oscillante tra essere e niente, allora la ragione ha il compito di tenerlo fermo, di porlo, di garantirlo contro la sua dissoluzione. Kant è un erede tardivo di questa impostazione, non il suo fondatore. E l’Ia, in fondo, è la forma più matura di quella stessa decisione: una macchina che riduce il pensare a calcolo di limiti, a tracciamento di confini probabilistici fra un dato e un altro. La macchina non è il nemico della tradizione greca: ne è il compimento.
Per questo il riferimento a Rosmini di Staglianò mi pare non solo opportuno ma davvero centrale, e meriterebbe di essere sottolineato anche storicamente. Rosmini è uno dei pochissimi pensatori cattolici dell’Ottocento che ha tentato sul serio una mediazione fra la grande tradizione greco-cristiana, l’Essere come pienezza, la partecipazione, l’analogia, il lumen intellectuale di matrice agostiniana e tomista, e le istanze profonde dell’idealismo tedesco: la soggettività, l’infinito come dimensione costitutiva del pensare, la libertà come autotrascendimento. La formula richiamata da Staglianò, “il confine dell’essere umano è Dio”, “non un limite che imprigiona ma un orizzonte che chiama”, non è una pia esortazione: è una proposizione filosofica precisa, che rovescia lo schema greco rileggendolo dall’interno. Non è un caso che proprio per questo Rosmini sia stato sospettato, le sue proposizioni condannate dal Sant’Uffizio nel 1887 con il decreto Post obitum, e la sua piena riabilitazione sia arrivata soltanto con la Nota della Congregazione per la dottrina della fede del 2001 e con la beatificazione del 2007. Rosmini disturbava perché non si lasciava arruolare né dal neotomismo più rigido né dal modernismo, e teneva insieme ciò che la cultura cattolica preferiva separare. Riprenderlo oggi, di fronte all’Ia, significa anche riconoscere che certe condanne sono state un impoverimento, e che la tradizione ha bisogno proprio di quei pensatori che ha temuto di più.
Sul cuore della proposta sono d’accordo. Quando Staglianò scrive che “l’autotrascendimento non è un’eccezione ma la legge costitutiva dell’esistenza umana”, e che la domanda decisiva non è “quanto possiamo sviluppare?” ma “come sviluppare perché serva la vocazione umana all’infinito?”, tocca quella che è, severinianamente, la Gloria del finito: non l’essere chiuso in un recinto, ma l’apparire di una destinazione che eccede ogni misura. C’è però una domanda che andrebbe posta, e che l’articolo lascia in sospeso: questa apertura, come è fondata? Affermarla non basta. Dire, come fa Staglianò, che l’uomo “possiede un’idea innata dell’Essere perfetto, un ‘lume intellettuale’ che non è altro che la presenza creaturale del Verbo nell’intelletto umano” è una tesi teologica robusta, ma proprio per questo ha bisogno di un’argomentazione che la regga di fronte a un interlocutore che il Verbo non lo presuppone. Altrimenti il discorso funziona solo intra moenia, tra chi già condivide la cornice. La forza di Rosmini, e in altro modo di Severino, sta proprio nell’aver tentato una fondazione che non si limita ad asserire l’apertura, ma la mostra come struttura del pensare: l’idea dell’essere come a priori di ogni conoscenza, in Rosmini; l’impossibilità del nulla come orizzonte effettivo, in Severino. Senza questo passaggio fondativo, la tesi rischia di restare bella ma fragile, esposta all’obiezione naturalistica per cui l’apertura all’infinito sarebbe un effetto collaterale del nostro hardware cerebrale, e quindi, in linea di principio, replicabile in silicio.
E qui, finalmente, l’Ia. Una volta riconosciuto tutto questo, la questione cambia forma. Il problema non è quanto in là possa spingersi la macchina, ma cosa stiamo facendo noi mentre la costruiamo. L’Ia non è un soggetto che ci minaccia dall’esterno: è l’oggettivazione di una certa idea di intelligenza, quella che abbiamo ereditato dai greci e perfezionato attraverso la modernità, e che ora trasferiamo al silicio. Se intelligenza significa calcolo, ottimizzazione, predizione, allora l’Ia è semplicemente la sua forma più efficiente, e il timore di esserne sostituiti è razionale: in quel terreno, ci sostituirà davvero. Se invece intelligenza significa quella cosa che Rosmini chiamava il lume, l’apertura all’essere come tale, e che Severino chiama “apparire finito dell’infinito”, allora l’Ia non è un concorrente. La questione, allora, è: non si tratta di stabilire se la macchina possa pensare, ma di non smettere noi di farlo. Staglianò ha ragione quando scrive che “l’algoritmo può ottimizzare, scegliere, apprendere. Ma non può darsi”: è una formula precisa, e va presa sul serio. Solo che, per non restare un’asserzione, ha bisogno di essere mostrata, non solo proclamata. La partita sull’Ia si gioca a un livello molto più profondo di quello a cui la stiamo giocando. Per giocarla davvero, però, non basta opporre Rosmini a Kant: bisogna scendere molto più in profondità.
Aggiornato il 19 maggio 2026 alle ore 11:07
