Si va verso la dittatura dell’Ia?

La tecnologia fa valere la sua stretta nel tempo in cui si offre la possibilità di una sua manifestazione senziente. Si parla sempre più di sviluppo senza freni dell’intelligenza artificiale, come se non ci fosse un’alternativa, come se il futuro del mondo sia stato già deciso e le sorti future dell’umanità riposino in grembo al dispiegamento del potere di Ia. Disorientata, l’umanità e i suoi decisori politici e tecnocratici delegano le loro esistenze all’apparato informatico che si è sviluppato senza freni. Il mondo sembra dirigersi sotto il controllo sempre più diretto e totale dell’Ia, come se per il suo sviluppo valga il motto della Thatcher, peraltro riferito all’economia negli anni 80, “there’s no alternative”.

Il rischio è di abbracciare acriticamente il principio che non ci siano possibilità differenti all’utilizzo sempre più pervasivo di Ia, né che si possa soltanto concepire una pausa o uno stop riguardo la sua implementazione. L’idea di fermare l’Ia non sembra essere nemmeno presa in considerazione dai decisori politici e soprattutto dagli attori dei grandi trust industriali e tecnologici della Silicon Valley e di tutti quegli apparati, come quelli facenti riferimento allo Stato cinese, che hanno voce in capitolo in questa partita epocale. Il dibattito sembra escluso. Lo sviluppo della tecnologia si autoafferma, è al di là di qualsiasi critica malgrado non pochi tra gli stessi personaggi che guidano lo sviluppo di Ia parlino di potenziali rischi.

Elon Musk, in particolare, evoca scenari da fantascienza riguardo lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generale, capace di imitare e sostituirsi alle dinamiche decisorie e fisiologiche tipiche del cervello umano. Lo scenario apocalittico è quello di un’Ia capace di prendere il controllo e schiavizzare l’umanità come nei film di James Cameron o nel più recente “The creator”, grazie alle sue capacità di calcolo stratosferiche e magari grazie all’aiuto di una sua manifestazione situata, ovvero, quando la tecnologia lo permetterà, l’espressione di un’intelligenza artificiale situata in un substrato robotico.

Ma anche essendo meno pessimisti e catastrofisti, rimane il fatto che l’Ia rappresenta un potenziale problema per molti settori in cui si dispiega il valore della vita umana e sociale. Un substrato che pensa al posto delle persone è qualcosa capace di indebolire e avvilire le potenzialità dell’intelletto umano. Un sapere senza coscienza e una coscienza senza spessore, questo è il rischio per le future generazioni che si appoggeranno sull’uso sempre più massivo di Ia. Se questa verrà sviluppata ancora e utilizzata sempre più, il pericolo è che le riflessioni e le decisioni siano sempre più delegate e affidate a un orizzonte meta umano. Questo atteggiamento potrebbe indebolire non solo il valore cognitivo della persona, ma portare alla lunga verso una società più fredda e più vuota perché formata da cittadini che affidano le decisioni importanti ad apparati di controllo sempre più alimentati da una prassi tecnologica. A ciò si aggiunge il fatto che viviamo in mezzo a un substrato del controllo sempre più diffuso. Telecamere, circuiti, sensori innervano già le nostre città, fino al punto che elementi come la circolazione stradale o il riconoscimento facciale, e dunque i problemi della sicurezza, saranno trattati da computer sofisticati, che si sostituiranno alle normali prassi di polizia mediati ancora da un’intelligenza e da una sensibilità umana. Per non parlare dei rischi per il lavoro, della sua dequalificazione o perdita netta anche per gli strati sociali più specializzati, come paventato da molti esperti che già prevedono l’azione dell’ingegnere o del dottore artificiale.

Bisogna ricordare l’importanza della vecchia e sana intelligenza umana, la sola capace di dare valore e spessore alla persona e di aprirsi verso un orizzonte mediato di emozioni che diano più consistenza alle decisioni e alle azioni intraprese. Non ci si può affidare a un substrato tecnologico, il pericolo è perdere ciò che ha determinato finora il valore dell’essere umano mosso dalla curiosità culturale. Se si delega tutto alla macchina, cosa resterà del mondo umano come anche della politica che ad esso dovrebbe dare una forma? Se la macchina calcola, prevede e conosce per noi, che senso avranno ancora attività fondamentali ma umane, troppo umane come l’interesse per la cosa pubblica o il senso di impegnarsi per ciò che ci circonda, la costruzione della propria comunità? Il mondo di Ia erode piano piano diritti, il lavoro che viene sostituito, il sapere e la buildung della persona mediati dall’apparato tecnologico. Arriverà il giorno che tutto sarà delegato e ci saranno risvolti anche nella prassi politica, più di quanto lo sia già adesso, con le decisioni che saranno prese da un computer, ma quel giorno sarà amaro per l’umanità perché essa avrà deciso di abbandonare il suo destino per consegnarlo alla macchina. È questo il fine che l’umanità vuole dare a se stessa?

Aggiornato il 04 giugno 2026 alle ore 10:35